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日志


11月30日

Al capitalismo piace questa crisi

Di seguito presento un’analisi di Giorgio Cremaschi, della FIOM-CIGL e fondatore della Rete 28 Aprile, riguardante l’attacco ai diritti dei lavoratori in una fase di dissesto economico-sociale in atto nel nostro paese, dal titolo eloquente “Al capitalismo piace questa crisi”.

 La finalità del sindacalista, autore dello scritto, è quella di spiegare le ragioni più profonde dello sciopero generale del 12 dicembre prossimo venturo, che la CGIL ha proclamato in splendida solitudine per contrastare una manovra complessiva dell’esecutivo pidiellino-leghista, la quale sembra rivolta a “riformare” il mondo del lavoro italiano in senso favorevole alla sola industria decotta, riunita sotto le bandiere di Confindustria e decisa a continuare sulla via della compressione dei salari, della progressiva eliminazione delle garanzie ai lavoratori e dello sfruttamento della flessibilità selvaggia del lavoro in ogni settore.

L’azione governativa dell’esecutivo pidiellino prevede tutta una serie di misure – da quelle relative alla detassazione dei soli straordinari, che rafforza la componente discrezionale della retribuzione a scapito di quella fissa e garantita, alla deregolamentazione che indebolisce il contratto nazionale [legge n° 133 del 2008], dal ripristino del lavoro a chiamata al peggioramento delle condizioni di salute e sicurezza del lavoratore – che delineano un quadro futuro molto fosco per gran parte della popolazione italiana, che di lavoro dipendente vive.  

Ritengo che l’analisi di Cremaschi sul tema del nuovo sfruttamento di un lavoro con sempre meno difese e protezioni sociali sia molto lucida, forse la migliore che ho avuto occasione di leggere in queste ultime settimane, e per tale motivo mi sento quasi in dovere di proporla.Dal mio punto di vista – per altro non troppo dissimile da quello del sindacalista della FIOM – insisto nell’affermare che tutti i segnali ci portano a concludere che il capitalismo internazionalizzato della terza età riassume i duri comportamenti, con effetti dirompenti di vistoso arretramento sul piano sociale, caratteristici del primo capitalismo ottocentesco.

In particolare, torna d’attualità la spietata visione dell’economista classico David Ricardo, con la compressione della quota di prodotto riservata ai salari, nell’esaltazione finale di una vera e propria tara genetica del capitalismo: il principio della comparazione dei costi, con la ricerca del più basso costo di produzione che negli ultimi anni ha avuto respiro planetario ed ha conosciuto sempre meno limiti. Ricerca del più basso costo di produzione e massimizzazione del tasso di profitto – al di là di qualsiasi considerazione di ordine sociale, politico ed etico – significa, nella nostra realtà, compressione del costo del lavoro, in particolare se si privilegia, in un ottica meramente “difensiva” rispetto alla concorrenza di mercato, l’innovazione di processo in luogo dell’innovazione di prodotto, caratteristica dell’industria italiana in molti settori, negli ultimi due o tre decenni.

Nella postmodernità, dunque, il capitalismo – assunta una dimensione finanziaria di moltiplicazione fittizia della ricchezza e un nomadismo senza uguali nelle epoche precedenti – ha proceduto nel tentativo di “smantellare” gli stati nazionali e le federazioni, ridotti a semplici catene di trasmissione dei suoi interessi, e di depotenziare, in particolare e per ciò che qui interessa, le tutele e coperture sociali assicurate al lavoro dal compromesso fordista e dalla nascita del welfare. Questo processo di autentica distruzione della dimensione politica e sociale, a solo vantaggio di quella privata e finanziaria del capitale, sembra non arrestarsi anche di fronte alla crisi che avanza, la quale potrà essere sistemica, portando a svolte epocali nella storia umana, e non rappresentare soltanto una “congiuntura” come ci fanno credere in molti.

Fino a quali livelli si può comprimere il monte salari, a vantaggio della quota del prodotto sociale che va ai profitti?Secondo David Ricardo – che era un agente di cambio figlio di un banchiere ebreo, non dimentichiamolo – fino al minimo livello che può garantire la sopravvivenza del lavoratore e del suo nucleo familiare. In tali contesti e all’interno di questa logica socialmente aberrante, la forza-lavoro deve perciò poter riprodursi, fornire risorse il più possibile “intercambiabili” al capitale, ma non è richiesto né necessario che si emancipi o che gli sia garantito il raggiungimento di un livello di vita materiale più alto.

Quanto precede spiega la recente, pelosa “carità pubblica” del IV governo Berlusconi, rivolta esclusivamente agli indigenti – ad esempio attraverso l’uso di una social card caricata mensilmente con pochi spiccioli – e senza vere ed estese misure di sostegno dei redditi da lavoro dipendente.

 Berlusconi si è detto dispiaciuto di non poter procedere alla detassazione delle tredicesime di operai e impiegati, eppure il pacchetto anti-crisi – di cui si vanta il super ministro dell’economia Giulio Tremonti – può contare su ben “sette strumenti” che si applicano ad un volume della bellezza di 80 miliardi di euro, detassazioni e trasferimenti netti compresi.

Nella realtà, si vuole legare sempre di più i livelli retributivi – estendendo la parte variabile e discrezionale del salario a scapito di quella fissa, lasciando dilagare il precariato – agli andamenti economici aziendali, nella privatissima esaltazione della “efficienza”, della “produttività”, della crescita indefinita del tasso di profitto e nell’adorazione totemica del mercato. 

In paesi deboli e privi di autonomia nel decidere autonomamente le politiche economiche e sociali – quale è, in effetti, l’Italia – pur davanti all’imminenza del disastro non vi potrà essere un’inversione di tendenza, fintanto che ciò non avverrà nel cuore del “sistema” in cui è iniziata l’ultima mutazione del capitalismo, cioè negli Stati Uniti d’America e fino a che il vento del cambiamento non inizierà a soffiare con prepotenza anche nella periferia dell’Europa.Diamo spazio, dopo di questo non brevissimo e spero non inutile commento, alle parole di Cremaschi:    “Al capitalismo piace questa crisi”di Giorgio Cremaschi Dobbiamo smetterla di discutere delle chiacchiere e guardare alla sostanza dei provvedimenti che vengono presi. Per ora non c'è un solo paese occidentale che abbia deciso misure per far aumentare i salari e fermare i licenziamenti.

Anche Obama tace sul salario minimo di legge, che negli Usa è fermo al 1998. Al contrario tutte le decisioni che vengono concretamente varate servono a sostenere le banche, la finanza, i programmi d'investimento, di ristrutturazione, di licenziamento delle imprese. Sotto l'onda dell'emergenza globale si affermano criteri sociali che sono quelli di una vera e propria economia di guerra.

E anche gli investimenti militari veri e propri aumentano. Mentre i poveri reali crescono a dismisura, si definiscono ristrette categorie di poveri ufficiali. In Italia stiamo sperimentando l'elemosina di stato che tocca, con la carta sociale del governo, un milione e duecento mila persone.C'è del metodo in questa follia.

Si usa la crisi per selezionare un nuovo tipo di lavoratore, e costruire attorno ad esso una società ancora più ingiusta e feroce di quella attuale. Da noi hanno cominciato con la scuola e l'Università. Le controriforme del governo sono state scritte su dettatura della Confindustria e partono dall'assunto che è impossibile avere una scuola di massa pubblica ed efficiente. Così si abbandona a se stessa gran parte della scuola pubblica e si seleziona, assieme alle imprese, l'élite per il mercato e per il profitto.

 In Alitalia si è fatto lo stesso. L'intervento pubblico è servito a socializzare le perdite, che pagheremo tutti noi. I padroni privati invece potranno scegliere dal contenitore della vecchia società il meglio delle rotte, delle strutture, e naturalmente dei lavoratori. E chi non ci sta attenta all'interesse nazionale.

Il Sole 24 ore ha dedicato un editoriale ai nuovi nemici del popolo, piloti, musicisti, lavoratori specializzati, che pretendono di difendere il proprio status. La macina del capitalismo diventa ancora più dura quando questo va in crisi. Nel 1994 la Fiat buttò in Cassa integrazione gran parte di quegli impiegati e capi, che sfilando a suo sostegno nell'ottobre del 1980, le fecero vincere la vertenza contro gli operai.

Oggi si parla tanto di merito, ma tutte le categorie professionali subiscono gli effetti di un'organizzazione del lavoro sempre più parcellizzata e autoritaria, mentre l'unico merito che davvero viene riconosciuto è quello della fedeltà e dell'obbedienza.L'amministratore delegato della Fiat vuole che la sua azienda somigli sempre di più alla catena di supermercati Wall-Mart.

 Si dice che Ford abbia installato le prime catene di montaggio ispirandosi a come si lavorava nei magazzini della carne di Chicago. Il modello giapponese a sua volta nasce copiando la logistica dei moderni supermercati. Ora la Fiat annuncia un futuro copiato dalla più grande catena di supermercati a basso costo. Ma Wall-Mart è anche una società brutalmente antisindacale, che schiavizza i propri dipendenti.

Il programma di Marchionne è dunque anche un programma sociale, che prepara ulteriori assalti all'occupazione e ai diritti dei lavoratori Fiat.

Le leggi sul lavoro flessibile che centrosinistra e centrodestra hanno varato in questi anni, ora mostrano la loro vera funzione. Esse permettono di licenziare centinaia di migliaia di persone senza articolo 18 o altro che l'impedisca. E così la tutela contro i licenziamenti diventa un privilegio, quello che permette di essere almeno dichiarati come esuberi.

E i soliti commentatori di entrambi gli schieramenti annunciano che con tanto precariato, i privilegi non si possono più difendere. Per i migranti la perdita dei diritti sociali diventa anche distruzione di quelli civili. Chi viene licenziato, grazie alla Bossi-Fini, diventa clandestino e con lui tutti i suoi famigliari. E la crisi avanza. Che essa fosse ben radicata nell'economia reale e non solo in quella finanziaria, lo dimostra la velocità con cui si ferma il lavoro, si licenziano o si mettono in cassa integrazione i dipendenti. Una velocità superiore a quella della caduta della Borsa.
Le ristrutturazioni nelle aziende non sono solo crisi. Esse, come sostengono tanti dottori Stranamore dell'economia, hanno una funzione "creatrice". Esse servono a frantumare le condizioni sociali e di lavoro, a dividere e contrapporre gli interessi, a fare entrare nel Dna di ogni persona che la sconfitta e di uno è la salvezza di un altro. La riforma del modello contrattuale vuole suggellare questa situazione. Distruggendo il contratto nazionale e limitando la contrattazione aziendale al rapporto tra salario e produttività, essa punta a selezionare una nuova specie di lavoratori super flessibili, super obbedienti e super impauriti. E per il sindacato resta la funzione della complicità, come è scritto nel libro Verde del governo.

Se è vero che le crisi sono occasioni, quella italiana sta delineando la possibilità di distruggere ogni base materiale dei principi contenuti nella Costituzione della Repubblica. Bisogna fermarli, bisogna travolgerli come stava scritto in uno striscione degli studenti. Non ci sono mediazioni rispetto al disegno di selezione sociale che sta avanzando sotto la spinta della Confindustria e del governo. O lo sconfiggiamo o ne verremo distrutti. Per questo lo sciopero del 12 dicembre non può concludere, ma deve dare l'avvio a un ciclo di lotte in grado di imporre un'altra agenda politica e sociale. Alla triade privato, mercato, flessibilità, bisogna contrapporre la difesa e l'estensione del pubblico sociale, dei diritti e dei salari. E l'Europa di Maastricht è nostro avversario così come il governo Berlusconi. C'è sempre meno spazio per quella cultura riformista che pensava di coniugare liberismo economico ed equità sociale. Per questo ci paiono sempre più stanchi e inutili i discorsi sull'economia sociale di mercato di tanti benpensanti di centrosinistra e centrodestra.
Solo un cambiamento radicale nell'economia e nella società può sconfiggere il disegno reazionario dei poteri e delle forze che ci hanno portato alla crisi attuale e che pensano di farla pagare interamente a noi. O si cambia davvero, o si precipita in una società mostruosa che avrà come necessario corollario l'autoritarismo nelle istituzioni. Forse è proprio la dimensione e la brutalità delle alternative che ci spaventa e frena, ma se questa è la realtà allora è il momento di avere coraggio.

tratto da http://www.ariannaeditrice.it/

 

Cina,migliaia di operai licenziati protestano

 Migliaia di operai licenziati dalle fabbriche del sud della Cina in seguito alla crisi economica internazionale hanno dato vita questa settimana a proteste che in alcuni casi sono sfociate nella violenza.

Nel tentativo di contenere le conseguenze del crollo delle esportazioni di manufatti, che negli anni passati hanno innescato un boom senza precedenti dell'economia, le autorità hanno varato all'inizio di novembre un pacchetto di interventi di sostegno alla domanda interna di quasi 600 miliardi di dollari mentre la Banca del Popolo della Cina, la banca centrale, ha abbassato per quattro volte - l'ultima delle quali oggi - i tassi d'interesse sui prestiti e sui depositi. Ieri centinaia di operai hanno attaccato gli uffici dell'impresa che li ha licenziati e i poliziotti che li proteggevano a Dongguan, uno dei centri dell'industria manifatturiera cinese.

La Kaida Toys Corporation ha annunciato all'inizio della settimana il licenziamento di 328 operai, sugli 8000 che occupa, e ha anticipato altri licenziamenti per le prossime settimane. I lavoratori, hanno riferito testimoni, si sono dati alla violenza bruciando auto e motociclette dei mille poliziotti che si erano schierati a difesa degli uffici della Kaida, che erano stati messi sotto assedio. La polizia ha reagito e almeno cinque operai sono stati feriti. Ai licenziati è stata offerta una liquidazione pari ad un mese di salario, cioè poco più di cento euro.

A ottobre un'analoga protesta si era verificata in un'altra fabbrica di giocattoli sempre a Dongguan, che si trova nella provincia del Guangdong. Una clamorosa protesta degli operai licenziati si è verificata anche nella vicina provincia del Jiangxi, dove 300 operai hanno bloccato la strada davanti ad una fabbrica di compressori a Jingdezhen. Il sindaco Xu Zongcheng di Shenzhen, la nuova città industriale sorta a ridosso di Hong Kong, ha dichiarato ricevendo un gruppo di giornalisti che nella città hanno perso il lavoro 50mila operai a causa del fallimento di 682 imprese. Xu ha affermato di essere «fiducioso» che Shenzhen possa raggiungere la crescita programmata per il 2008 del 12 per cento ma ha ammesso che l'edilizia sta vivendo una grave crisi, che ha visto una riduzione dei prezzi degli immobili del 25 per cento.

Un altro sintomo della gravità della crisi in Cina è costituito dalle proteste dei tassisti contro il rialzo dei prezzi del carburante e contro la diffusione di mezzi alternativi e più economici di trasporto (come i «tre ruote») che si sono verificati nelle metropoli di Chongqing e Guangzhou. La crescita economica della Cina ha subito un forte rallentamento nel terzo trimestre del 2008, scendendo al 9,9 per cento dall'11,9 del 2007. Le prospettive per il 2009 sono di un ulteriore calo che porterà il tasso al 7,5 per cento, secondo le previsioni della Banca Mondiale. Si tratta di un tasso che rimane alto ma, avvertono gli economisti, anche della prima volta che l'economia cinese mostra un andamento ciclico dalla prima metà degli anni novanta.

Per quel che mi riguarda offro la mia profonda solidarietà agli operai cinesi che protestano,chi conosce il mondo cinese,sa benissimo come la polizia cinese al soldo di un governo che di comunista ha solo il nome,non sia mai stata morbida con i manifestanti ... e di certo i fatti che si sono verificati sono una conseguenza delle continue repressioni in atto ormai da anni ..

11月28日

Studenti e operai uniti contro la crisi

Si è svolto ieri, giovedì 27 novembre, un volantinaggio alla fabbrica Lovato di Gorle organizzato dal Movimento studentesco e dal sindacato FIOM -Cgil contro la crisi economica e le scelte del governo in materia di economia.

"Un volantinaggio degli studenti nelle frabbriche non si vedeva da trent'anni - spiega Alfredo Di Sirio, del Movimento studentesco -. La situazione economica di questo periodo riguarda tutti gli strati sociali della popolazione e bisogna aiutare le fascie più deboli della popolazione, non il "popolo delle partite IVA", come titolava oggi il quotidiano Libero.

E' ora che lavoratori e studenti si uniscano per creare un fronte comune contro i provvedimenti finanziari voluti da Berlusconi, tesi a favorire in primo luogo chi ha causato la crisi e non chi ne è colpito maggiormente.

Per questo il Movimento studentesco aderisce allo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 12 dicembre, data in cui anche a Bergamo si scenderà in piazza per dire no a tutto questo".

Gli studenti organizzeranno un proprio corteo che confluirà poi insieme agli altri due previsti.
Un'iniziativa analoga a quella odierna si è tenuto oggi, venerdì 28 novembre, presso la fabbrica Abb SACE di Dalmine, in via Friuli.

Le prese per il culo del governo Berlusconi

Il provvedimento anticrisi varato dal Consiglio dei ministri contiene misure insufficienti. Inadeguate a fronteggiare la grave crisi in corso. In particolare colpisce la totale assenza di politiche di sostegno economico o fiscale per gli operai del settore industriale che da nord a sud non passeranno di certo un buon Natale.

Le misure previste(le mitiche social card da 40 euri al mese!!!) sono per lo più una presa per il culo e a poco serviranno per il rilancio economico del Paese.

Il governo se ne infischia ancora una volta degli operai e poi al nord che fine a fatto la lega? Che fine hanno fatto i suoi impegni con gli elettori del Nord, con gli operai che hanno scelto di votarla?
Ma all'abbandono è costretto purtroppo e sopratutto anche il sud italia, poiché dopo averlo privato di quasi tutte le risorse per gli investimenti ci son stati i provvedimenti contro i precari che, in parte considerevole, risiedono e lavorano proprio al Sud.

A prosciugare le tasche dei dipendenti del pubblico impiego già ci aveva pensato Brunetta nelle settimane passate.

Frontiere chiuse agli immigrati... una scelta tutta padana

Il ministro dell'interno Roberto Maroni ha dichiarato in parlamento di condividere l'idea lanciata dalla lega nord ,di chiudere per 2 anni le frontiere italiane agli immigrati.

Se il decreto sulla sicurezza al vaglio del senato venisse approvato con l'emendamento proposto dalla lega,l'Italia sarebbe il primo a paese a prendere una misura cosi estremamente razzista!!!

Maroni si giustifica dando la colpa alla crisi economica e con il fatto che bisogna pensare a ricollocare i lavoratori non italiani con permesso di soggiorno, che, a causa della crisi hanno perso il posto di lavoro ....

Ma porca pupazza, dico io ..se è cosi che si fronteggia la crisi hanno poco da sperare i disperati elettori leghisti dai loro eroi padani .

Risulta cosi difficile capire che finchè ci saranno guerre e povertà nel mondo ci saranno sempre persone cercheranno  un posto migliore dove poter stare .. invece di fare le solite loro cagate razziste,farebbero meglio a pensare prima di sparare cagate a raffica ….

Però Maroni non si ferma qui,e afferma che una decisione del genere era già stata presa nel 2004 quando la commissione europea decise di allargarsi da 15 a 25 paesi membri . Come al solito lui in vero stile leghista e fascista da una realtà dei fatti tutta sua,perché ,la realtà è un'altra; la sospensione,che soli pochi paesi hanno applicato,riguardava il libero movimento nello spazio europeo dei nuovi cittadini comunitari,che,per spostarsi da un paese all'altro dovevano richiedere un permesso di lavoro come prima.(che cmq io non condivido ma è solo una mia opinione)

L'Italia invece chiuderebbe le frontiere per 2 anni!!!!! Un grande salto di qualità non c’è che dire … in stile padano ….  

Come frenare i flussi migratori??? Diciamo basta alle migliaia di conflitti che da anni pervadono l’africa ,diciamo basta con lo sfruttamento consapevole di questi paesi da parte di multinazionali occidentali che rovinano tutto l’ecosistema di questi territori bellissimi …. e ricchissimi di materie prime dei quali profitti ne traggono vantaggio solo pochissime persone ..

Di certo un ragazzo senegalese(per fare un esempio) se ne guarderebbe bene di attraversare il mare e rischiare la pelle e di finire nelle mani di trafficanti senza scrupoli se sapesse che forse anche nel suo paese potrebbe avere un futuro……

 

Se poi tra di loro ci sono anche dei criminali (il che nessuno lo esclude) è ovvio che siano attirati a venire da noi ,poiché il nostro ormai è il paese del bengodi..dove tutti possono fare tutto e nessuno è punito….

 

 

 

11月23日

Gli studenti non ci stanno e si ribellano!!!

Una quarantina di studenti ha fatto irruzione in una delle sale del Torino Film Festival, per protestare per il crollo del liceo di Rivoli.
Gli studenti sono arrivati dopo un'assemblea a Palazzo Nuovo (sede delle facolta' umanistiche dell'universita'), nel corso della quale hanno affermato che non si puo' parlare di fatalita', perche' non si puo' tagliare a man bassa sulla scuola e poi dire che queste cose succedono per caso.
Gli studenti hanno interrotto la proiezione di un film.
Bravi ragazzi... finalmente qualcuno ha il coraggio di incazzarsi, contro chi da anni sta tagliando a più non posso sulla scuola pubblica e su tutto quello che di pubblico rimane. Finalmente qualcuno ha il coraggio di dire quello che va detto !!!!
E' davvero intollerabile il livello a cui siamo giunti ,ora come non mai servono risposte immediate e ognuno si deve prendere le sue responsabilità una volta per tutte!!
 
 
 
 
  

Conferenza sulla crisi finanziaria al C.S.A. Barattolo di Pavia

Il 20 novembre si è svolta apresso il C.S.A. Barattolo di Pavia, una conferenza sulla crisi finanziaria in cui sono intervenuti come relatori
Stefano Lucarelli (ricercatore di economia presso l 'università di Bergamo) e Andrea Di Stefano (direttore della rivista valori).

L'intervento di Lucarelli, partendo dalla definizione del processo di "finanziarizzazione" dell'economia, ha spiegato la logica che ha guidato l'evoluzione dei mercati finanziari a partire dalla fine degli anni settanta, contraddistinti dalla crisi del fordismo. Analizzando il legame che si è venuto a creare tra economia reale e finanza (oggi vero motore del processo di accumulazione) Lucarelli ha sottolineato come l'attuale crisi rappresenti l'esito fisiologico di questo processo.

L'intervento di Di Stefano ha fornito una ricostruzione di come la crisi sia nata e si sia diffusa: il ricorso crescente all'indebitamento da parte soprattutto delle famiglie statunitensi, necessario per sostenere il consumo (e quindi la crescita economica), in un contesto in cui i salari si comprimono sempre più, ha "drogato" la crescita statunitense degli ultimi 2 decenni ponendo le basi della crisi. Di Stefano ha poi analizzato le conseguenze sottolineando la necessità, al fine di superare la crisi, di operare una profonda redistribuzione della ricchezza dai profitti ai salari.

Dopo gli interventi dei relatori si è lasciato spazio alle riflessioni e alle domande dei partecipanti.
 
Al seguente link trovate la registrazione della conferenza
11月22日

Si ferma ancora la Fiat di Termini Imerese

La Fiat di Termini Imerese si ferma nuovamente nell’unica settimana d’intervallo tra le 6 settimane di cassa integrazione già programmate dall’azienda. Il motivo del blocco è la protesta dei dipendenti di un’azienda dell’indotto, la Ergom.

Gli operai hanno incrociato le braccia contro la decisione della Ergom di non rinnovare i contratti in scadenza di 23 tute blu, quasi tutte donne. Durante le tre settimane di cassa integrazione alcuni delegati FIOM  di Termini Imerese,hanno tentato di incontrare l’azienda assieme alla Regione, ai componenti delle commissioni parlamentari dell’Ars e in prefettura, ma i dirigenti non si sono mai presentati. Avevano chiesto un incontro anche in Confindustria a Palermo, ma l’azienda ha fatto sapere che era disponibile per la prossima settimana e che comunque avrebbe confermato la decisione d’interrompere i rapporti di lavoro con i 23 operai».

Secondo la Fiom «la Ergom vorrebbe sostituire questi 23 operai con personale Fiat distaccato, ma questo comporta problemi di ordine giuridico e anche morale: non si possono prendere soldi dallo Stato e dalla Regione per impiegare lavoratori per poi non rinnovare i contratti».

Rifondazione chiede invece l’intervento del prefetto. E giustamente ritiene inaccettabile che la Ergom non voglia nemmeno dialogare con i lavoratori. Chiedono la convocazione immediata dell’azienda da parte del prefetto di Palermo per affrontare la questione del rinnovo ad un tavolo di trattative,  il segretario e il responsabile lavoro della federazione di Palermo di Rifondazione comunista…

Sotto l'albero dei lavoratori della sicilia ci sono 5 mila posti a rischio

I licenziamenti che il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani aveva annunciato in Italia, a Palermo sembrano diventare purtroppo realtà. Sono oltre 5 mila i posti di lavoro a rischio nei prossimi giorni, tra precari che hanno contratti in scadenza e dipendenti in cassa integrazione in aziende che difficilmente continueranno l´attività nel 2009.

Non c´è settore o comparto, dalla pubblica amministrazione alle industrie, dall´edilizia ai call center, che non sia coinvolto da tagli del personale e rinnovi contrattuali: in ballo ci sono 5.125 posti di lavoro, solo a Palermo.

«Quello alle porte è il Natale più difficile negli ultimi 20 anni», assicurano i sindacati.
Il mese di dicembre potrebbe essere l´ultimo periodo di lavoro per mille precari di Regione e Comune di Palermo.

È già iniziato in questi giorni l´assedio a Palazzo d´Orleans da parte dei 40 tecnici dell´Agenzia regionali dei rifiuti con contratto in scadenza, e a breve sotto la presidenza della Regione arriveranno anche i 430 catalogatori dei beni culturali, per non parlare del 350 funzionari della protezione civile: «Nessuno parla di noi, leggo sui giornali dei posti di lavoro a rischio, ma mai di quelli pubblici, e in particolare della protezione civile regionale - dice Claudio Bartolotta - Ho un bambino di 3 anni, sognavo di passare un Natale sereno con lui, purtroppo non dormo la notte perché non so se il primo gennaio avrò ancora un lavoro».

Sempre nel settore pubblico ci sono i 40 dipendenti della Fiera del Mediterraneo che non sanno se avranno rinnovati i contratti e da due giorni hanno occupato gli uffici dell´Ente. Alla Regione, in una società esterna che ha realizzato il censimento dei beni, la Exitone, non saranno rinnovati 10 contratti: «Si tratta di ragazzi con altissima professionalità che dopo aver realizzato quasi da soli un censimento molto grande, rischiano di perdere il lavoro il primo gennaio», dice Monica Genovese, della Filcams Cgil.



Anche al Comune di Palermo, nonostante la grande stabilizzazione di 2.900 lsu, ci sono 57 articolisti che hanno il contratto in scadenza: «E per loro Palazzo delle Aquile non ha previsto alcuna stabilizzazione», dice Giovanni Cammuca.
Se anche nel pubblico ci sono centinaia di posti a rischio, figuriamoci nel privato e specie nel settore dell´industria e dei call center. Per quanto riguarda le aziende palermitane, in bilico ci sono 400 operai. A Termini Imerese da giorni protestano 23 licenziati della Ergom, azienda dell´indotto Fiat.

Di questi 19 sono donne, per loro tutti i dipendenti dell´azienda hanno deciso di scioperare fermando così la produzione dello stabilimento Fiat. Il 31 dicembre scade la cassa integrazione di ben 160 operai della Telecom e 110 della Tecnosistemi. Di mobilità si parla anche nell´azienda orafa Stancampiano: «Ho 36 anni, due figli e se perdo il lavoro difficilmente lo ritroverò perché sono un operaio molto specializzato - dice Giancarlo Russello - Ma questo Natale farò comunque di tutto per far trovare i regali sotto l´albero ai miei figli, di appena 18 mesi. Ho molta paura per il futuro della mia famiglia».

Nei giorni scorsi ha chiuso i battenti la Metal meccanica meridionale, con 45 dipendenti che dal primo gennaio non avranno più un lavoro, come i 21 della Legnomarket e circa 30 della Effedì, azienda metal meccanica di Carini che costruisce il veicolo Gasolone e che ha annunciato delle mobilità.
Davvero difficile è la situazione dei call center della città. Soltanto all´Alicos, azienda del gruppo Cos che lavora per Alitalia, potrebbero perdere il lavoro 1.600 persone, quasi tutti giovanissimi.

«Se la Cai, la nuova Alitalia, non rinnoverà il contratto con l´Alicos potremmo perdere tutti il lavoro - dice Rosalba Vella - Non è facile in questi giorni andare in azienda senza avere notizie sul nostro futuro, perché nessuno sa ancora cosa farà la nuova compagnia di bandiera». Il piano industriale della Cai ha intanto previsto 160 mobilità all´aeroporto Falcone e Borsellino, con i dipendenti che da una settimana bloccano i check-in, e 5 addette alla biglietteria Meridiana hanno ricevuto le lettere di licenziamento insieme a 4 operai della ditta che si occupava della manutenzione degli impianti elettrici dello scalo, la Gelmo.

La situazione si commenta da se!!!

L'Italia degli italiani onesti

 
11月15日

MORIRE DI AMIANTO IL CASO DELLA FIBRONIT DI BRONI

Questa è la storia di una piccola cittadina,Broni, una cittadina bella e ridente ai piedi delle colline dell’Oltrepo Pavese orientale.
Broni, con la sua maledetta fabbrica della morte, la ex Fibronit. Appunto la Fibronit, una fabbrica dove si lavorava l’amianto, come si suol dire, allo stato brado, dove gli operai lo trattavano manualmente, senza mai essere stati avvisati dalla pericolosità delle sue fibre. Una fabbrica che per quasi cinquant’anni ha potuto contare di connivenze, di silenzi, di controlli pre-confezionati.

Oggi si parla duramente delle morti bianche sul posto di lavoro, con frasi del tipo: «Non si può morire nel 2008 perchè si ha bisogno di lavorare». Accadimenti mortali quasi giornalieri, dovuti anche qui ai mancati controlli, al troppo permissivismo, fino a chiudere entrambi gli occhi.

Nella Fibronit di Broni le morti invece sono state programmate nel tempo. Che l’amianto fosse un materiale cancerogeno lo sapevano in America come in altre parti del mondo già all’inizio degli anni ’30-’40.
In Italia l’allarme non è mai scattato, c’era chi sapeva ma per il maledetto quieto vivere tutto italiano , i controlli si sono volutamente e colpevolmente dilungati nel tempo.
Basti pensare che il primo caso di mesotelioma, un tumore che colpisce i polmoni, è stato certificato alla fine degli anni ’70 a Pavia. Troppo tardi! Non solo, all’interno della fabbrica si è continuata la lavorazione come se nulla fosse mai accaduto.
La fabbrica della morte ha chiuso i cancelli nel 1992, quando l’amianto è stato dichiarato fuori legge e bandito dalle lavorazioni e riconosciuto come materiale altamente cancerogeno. Troppo tardi! Nel frattempo numerose famiglie bronesi hanno contato gli accadimenti luttuosi al loro interno. Intere famiglie decimate: padre - madre - figlio, padre - madre, marito e moglie, fratelli e sorelle, parenti ed amici.
Anche le persone che abitavano nelle vicinanze della fabbrica sono decedute negli ultimi anni per aspetti correlati a patologie provocate da esposizioni pregresse all'amianto.D'altro canto che ci siano correlazioni fra i decessi e l'amianto nella zona bronese non ci sono dubbi; il tasso di mortalità per mesotelioma pleurico(tumore ai polmoni per intenderci) è per il territorio di Broni del 13,2% ; il più alto di tutta la Lombardia!!!!!!

Allo stato attuale delle cose sono quasi mille le persone che aspettano una risposta da parte della procura di Voghera che si giustifica dicendo che tra le ragioni dei ritardi nelle indagini ,c'è il dato terribile,delle continue segnalazioni di denunce ed esposti su decessi correlati a patologie da esposizioni pregresse all'amianto.

Gli "esperti " di medicina preventiva dell'università di Pavia dicono inoltre che il picco di morti potrebbe arrivare nel 2010 ,considerando la latenza della malattia che è mediamente di 15 anni.
Allo stesso tempo dicono che non è possibile che le fibre d'amianto trasportate da correnti d'aria costanti ,possano contaminare o far ammalare altre persone ,perchè in ogni caso le fibre sarebbero troppo diluite nell'ambiente per rappresentare un pericolo..
Ecco mi piacerebbe capire cosa vuol dire troppo diluite??? Mi viene il sospetto,che, adesso che si sono accorti che un paese intero sta morendo ,qualcuno cerca di minimizzare i pericoli!!!!!

La cosa che più mi fa ribrezzo è che in tutti questi anni non c'è mai stata una levata di scudi totale, una solidarietà a queste famiglie concreta nel suo modo di procedere per certificare la verità, le responsabilità, le colpe.

Addirittura nel 1995, l’allora proprietà della Fibronit ha avuto il coraggio di chiedere all’Amministrazione comunale di Broni il cambio di destinazione d’uso dell’area: da industriale a commerciale per costruirvi un mega centro commerciale di ben 50.000 metri quadrati. Roba da brividi, gente senza cuore, multinazionali votate solo all’immediato tornaconto finanziario.

Ma vigliacca miseria dico io, se in tutto questo lunghissimo periodo ci sia stata, da parte delle autorità preposte, una presa di posizione energica, un volere condannare le colpe che pur ci sono state, il rendere giustizia a queste famiglie, che ancora oggi, con le lacrime agli occhi, la chiedono e si sentono abbandonate.
Io mi chiedo: «Possibile che a nessuno freghi nulla di tutte queste famiglie e ai lavoratori? Possibile che a nessuno importi di far rispettare giustizia e legalità? Possibile che ai giorni nostri c’è da bonificare quella maledetta area e le Istituzioni pubbliche usano il metodo dello scarica barile sulle competenze, sulla progettualità, sulla modulistica, sugli accordi-programma?». La politica che se ne frega di queste improcrastinabili situazioni ambientali e non le risolve velocemente, è una politica che può benissimo andarsene a fare in culo!!!
E dietro a questa politica purtroppo ci stanno i politici. I fondi per loro se li trovano, sveltiscono le procedure; tanto è vero che il costo della politica e dei politici continua a crescere in dismisura.

Continua a crescere lo sperpero di denaro pubblico(nostro denaro) da parte dei partiti (tutti) per i loro congressi, viaggi, prebende, aumenti di stipendio, aerei gratis, treni gratis, autostrade gratis, acquisto di autovetture personale con uno sconto statale del 20-25%, sconto perfino dei biglietti per entrare nei campi di calcio, nelle sale cinematografiche, auto blu, e non ci sono i fondi per la bonifica dell’ex area-Fibronit e per risarcire chi a causa di questa fabbrica a perso prematuramente i suoi famigliari.
SE questa è la democrazia e la politica che dicono loro , la vedo più come una pistola puntata alla tempia dei cittadini ,che come mezzo per rendere migliore la loro vita!!!!!!
Vergogna! Vergogna! Vergogna!!

Per maggiori chiarimenti vi consiglio la visione di questi filmati http://laprovinciapavese.repubblica.it/multimedia/home/1791540

A tutti i famigliari delle vittime va il mio più profondo sostegno e cordoglio .
 
 
 
11月13日

Non scioperiamo con chi mistifica la volontà degli operai

Nel gruppo FIAT si è svolto un referendum in merito alla piattaforma per il rinnovo del contratto aziendale proposta da FIM, FIOM, UILM e FISMIC.

Tale proposta è stata sottoposta alla conoscenza degli operai solo due giorni prima del referendum. Tenendo presente che era già pronta e stampata dall'8 di ottobre e si è votato il 29 di ottobre.

Si voleva forse evitare che gli operai discutessero il contenuto, mettendo magari in difficoltà i delegati rigettandoglielo o chiedendo modifiche prima della consultazione?

E tutto questo sempre a proposito del loro riempirsi la bocca di democrazia sindacale.

Alla NEW HOLLAND di Modena la piattaforma è stata bocciata e gli operai attendevano di conoscere i dati definitivi della consultazione nel resto del gruppo FIAT.

Di solito, di fronte alla loro stracciante vittoria, comparivano subito i risultati, questa volta invece solo dopo sette giorni è comparso un comunicato a firma delle quattro sigle proponenti la piattaforma.

Un comunicato senza dati, contenente solo un loro commento che la dice lunga: "qualche difficoltà sempre per la presenza della cassa integrazione si è avuta per lo svolgimento del referendum di fatti qualche stabilimento è stato impossibilitato ad effettuarlo" e prosegue "nonostante ciò la maggioranza dei lavoratori ha partecipato al voto, e i si alla piattaforma superano il 90%".

Con tutto questo giro di parole non vengono riportati i dati più importanti, in quanti hanno votato, i risultati di ogni stabilimento e se si è raggiunto il quorum?

Chi vuole consultarlo lo trova sul sito della FIOM nazionale.

Contattando noi altri grandi stabilimenti del gruppo FIAT, (Pomigliano, Termoli ecc.) ci hanno informato che da loro o non sono andati a votare, o addirittura il referendum non è stato nemmeno indetto.

Di fronte a questi fatti, non è possibile trovare un intesa con questi soggetti che vorrebbero far credere che gli operai sono dei masochisti e che amano farsi sfruttare dando il loro consenso.

Perciò invitiamo gli operai a non aderire a questo sciopero del 14 di novembre perché nei fatti è solo strumentale e tornerebbe ancora una volta solo utile agli interessi privati e personali di questi soggetti che sono di supporto e servono l'interesse dei padroni sia di destra che di "sinistra" e sono nemici della classe operaia.

13/11/08

SLAI COBAS
COORDINAMENTO PROVINCIALE MODENA

11月12日

Oltre 400 operai in corteo per difendere il lavoro!!!

Oggi è stata un’altra giornata di fuoco a causa della gravissima crisi occupazionale in cui versa la provincia di Massa Carrara. A partire dalle 10 di questa mattina a Carrara, hanno sfilato circa 400 operai dei Nuovi Cantieri Apuania di Marina di Carrara e dell'azienda metalmeccanica Eaton di Massa. I primi protestavano contro il rischio di privatizzazione dei cantieri, che trasformerebbe la produttività da navalmeccanica a nautica da diporto, con la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro (ad oggi 600 compreso l'indotto).

Gli operai della Eaton, invece, manifestavano contro la chiusura dell'azienda: di fronte a loro, per il momento, solo la prospettiva di un mese di mobilità (a partire dal prossimo 23 dicembre) e la cassa integrazione straordinaria, con lo smantellamento dell'impianto massese nel più breve tempo possibile.

Il corteo ha sfilato lungo il viale XX Settembre da Marina di Carrara fino alla rotatoria di Turigliano ad Avenza, dove i lavoratori hanno occupato per un quarto d'ora la strada impedendo la circolazione del traffico.

 I dipendenti di Nca e Eaton hanno manifestato assieme  per evidenziare che la situazione occupazionale della provincia è a una punto drammatico: sono 1.500 i posti complessivamente a rischio. Se una prospettiva del genere dovesse concretizzarsi, i contraccolpi su tutta l'economia del territorio sarebbero disastrosi".

 In particolare, i lavoratori dei Cantieri hanno chiesto di incontrare al più presto il presidente della Regione Toscana Claudio Martini: "Ci sentiamo abbandonati,ha detto un rappresentante sindacale. Aspettiamo di poter ottenere un tavolo istituzionale a Roma per parlare della nostra situazione con il Governo, ma nessuno sembra preoccuparsi e darsi da fare per noi. Speriamo di vedere Martini il prossimo 14 novembre, durante un incontro fissato nella sede provinciale. Oggi siamo qui anche per questo".

Che tristezza, e pensare che il nostro presidente del consiglio continua ostinatamente a dire che tutto va bene e che tutto è sotto controllo ,forse a casa sua !!!!Cmq è altrettanto scandaloso che per attirare l’attenzione del presidente regionale si debba bloccare il traffico di un’intera città!!!

Il centro sinistra che qui è molto forte ,di certo poteva intervenire prima e magari evitare il peggio,ma come al solito ci sono di mezzo i soldi e quindi “la politica del si può fare” va fare in culo assieme a tutti quei poveri cristi che  passeranno un Natale non certo bello…..

A tutti i lavoratori di Massa e di Carrara va tutta la mia solidarietà e la mia stima per aver capito che solo l'unione fa la forza !!

 

 

 

 

Milano studenti chiedono treni per andare a Roma a manifestare

Se proveranno a fermare l'onda saranno travolti": recitavano questo slogan gli striscioni appesi stamani in stazione centrale in occasione dell'assemblea dei collettivi per organizzare la partenza di giovedì per la manifestazione a Roma venerdì.
200 ragazzi hanno occupato lo spazio davanti alla scalinata della stazionee hanno tenuto un'assemblea in cui chiedevano una  prezzo politico per le loro tasche "precarie" per raggiungere la capitale in treno. E' stato anche chiesto un treno speciale. E minacciano blocchi se non potranno partire, come recita un altro striscione 
"Se bloccheremo i binari per conquistarci i treni i viaggiatori dovranno prendersela con il governo e con Trenitalia che tentano di impedire all'onda di manifestare"
Appuntamento giovedì alle 15 (attenzione ai viaggiatori per eventuali disagi). Dopo l'assemblea i ragazzi hanno sfilato in un corteo improvvisato per le vie della zona passando a fianco del Pirellone fino a raggiungere la stazione di Porta Garibaldi (inutile dirlo, presidiatissima).
I manifestanti hanno incontrato una delegazione di Trenitalia che ha assicurato che riferirà le loro rischieste ai vertici. L'assemblea è stata sciolta subito dopo e tutti sono rientrati nelle facoltà per pianificare i prossimi movimenti.
Il caso vuole che ero proprio li alla stazione di Porta Garibaldi e avevo appena finito di pranzare e ovviamente ho subito chiesto a qualcuno dei ragazzi il motivo della loro protesta . Mi hanno spiegato che in effetti  avevano incontrato un delegato di Trenitalia ma a quanto pare non aveva dato l'idea di essere molto daccrodo sulla loro richiesta.... 
Spero che la situazione si risolva nella migliore dei modi e che Trenitalia che solitamente mette a disposizione i suoi treni per i tifosi di calcio ,accontenti questi ragazzi che sicuramente (per quanto il calcio sia un bellissimo sport) chiedono un servizio speciale per un fine decisamente più importante!!!
11月9日

FERRERO (PRC), CARABINIERI CONTRO PANE A 1 EURO

Forze dell'ordine contro i banchetti di Rifondazione in cui si vende il pane a 1 euro al chilo. Lo denuncia Lo dice il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero: "A quanto pare il pane a 1 euro fa paura al governo. Infatti, mentre non realizza nessun intervento concreto per contrastare il caro vita, l'unica cosa in cui il governo e' davvero solerte e' nel sanzionare il Prc, che organizza i gruppi di acquisto popolare vendendo il pane a 1 euro". Ferrero aggiunge: "E' davvero scandaloso l'accanimento e il clamore con cui le forze dell'ordine sono intervenute presso i banchetti di distribuzione ai gruppi di acquisto popolari, forma di autorganizzazione diretta ad abbattere i prezzi, attraverso cui questa settimana il Prc e' arrivato a distribuire 10 tonnellate di pane, oltre ad altri generi di prima necessita'". Ferrero racconta: "A Potenza e Benevento i banchetti sono stati fatti oggetto di un'inutile quanto speciosa ispezione intimidatoria prima da parte della Guardia di finanza e poi dei Nas dei carabinieri".

Gli inganni del mercato

 

Possiamo immaginare la profonda perplessità che a causa della crisi dei mercati mondiali si è abbattuta sugli ideologi del neoliberismo e dello Stato minimo e sui venditori delle illusioni del mercato. La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e lo smantellamento dell’Unione sovietica provocò l’euforia del capitalismo. Reagan e la Thatcher, senza il con-trappeso socialista, approfittarono dell’occasione per radicare i «valori» del capitalismo, specialmente l’eccellenza del mercato che tutto avrebbe risolto. Per favorire ciò, iniziarono a screditare lo Stato come pessimo amministratore e a diffamare la politica come mondo della corruzione. Naturalmente c’erano e ancora ci sono problemi in queste istanze, ma non possiamo fare a meno dello Stato e della politica se non vogliamo retrocedere alla barbarie completa.
Chi viene, come tanti, dalla lotta a favore dei diritti umani, soprattutto delle persone più vulnerabili, si è reso conto subito che il principale responsabile della violazione di questi diritti era ora lo Stato mercantile e neoliberista, poiché i diritti sempre più vulnerabili sono stati trasformati in necessità umane da soddisfare all’interno del mercato. Ha diritti solo chi può pagare ed è consumatore. Non è più lo Stato che garantisce i diritti essenziali per la vita. Poiché la grande maggioranza della popolazione non partecipa al mercato, i suoi diritti vengono negati.
Possiamo e dobbiamo discutere lo statuto dello Stato-nazione. Ormai si notano sempre più i limiti degli Stati, mentre cresce l’urgenza di un centro di regolazione politica che risponda alle domande collettive dell’umanità in termini di alimenti, acqua, salute, abitazione e sicurezza. Ma mentre lavoriamo alla nascita di questo organismo, spetta allo Stato portare avanti la gestione del bene comune, imporre limiti alla voracità delle multinazionali e realizzare un progetto nazionale.
La crisi economica attuale ha smascherato la falsità delle tesi neoliberiste e della lotta allo Stato.
La lezione è chiara: lasciata in balìa del mercato e della voracità del sistema finanziario speculativo, la crisi si sarebbe trasformata in una tragedia planetaria, mettendo in pericolo il sistema economico mondiale. Logicamente le vittime sarebbero quelle di sempre: i cosiddetti zero economici, gli impoveriti e gli esclusi. È stato il disprezzatissimo Stato a dover intervenire per evitare il peggio all’ultimo minuto. Sono fatti che ci invitano a revisioni profonde o che, perlomeno, invitano alcuni ad essere meno arroganti.

  • Questo articolo, scritto da uno dei promotori del movimento della Teologia della liberazione, è stato tradotto e diffuso in Italia dal settimanale Adista

Hai investito il tuo Tfr? Notizie dalla crisi

 

1. In Italia, l'indice Mibtel della borsa di Milano è passato da quota 34.000 a 18.000 (dati del 7 ottobre) (- 47%). Chi ha investito 1000 euro del proprio Tfr nel giugno 2007, si trova ora in media a 530 euro. (Riceviamo e pubblichiamo)

Se aggiungiamo alcune forme di garanzia a secondo del tipo di investimento effettuato, la cifra può salire all'incredibile livello di 650-700 euro circa (una perdita secca di 300-350 euro). Chi, invece, ha tenuto il Tfr in azienda ha guadagnato 30 euro. Eppure tutti, sindacalisti confederali, economisti, politici, giornalisti, a quei tempi declamavano a gran voce la convenienza di investire il Tfr in borsa!!!

2. Se il Tfr piange, i fondi pensioni non ridono. Il Fondo Pensione Integrativo dei metalmeccanici "Cometa", gestito dai sindacati, per il solo crack della Lehmann Brothers, ha perso più 3,5 milioni di euro. A tali perdite si devono sommare gli effetti derivanti dal calo di oltre il 40%% delle borse mondiali. Anche il fondo pensione dei giornalisti (che conta più di 15mila iscritti) segna profondo rosso (in media - 8%). Notizie del tuo fondo Espero la CGIL te ne ha date? Occorre cominciare a sperare di morire prima di andare in pensione?

3. All'inizio della crisi le borse mondiali hanno perso in media il 40%. Secondo le stime della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) il valore dei derivati era nel 2007 di 556 trilioni di dollari (cioè 556 mila miliardi). Oggi il valore è sceso a circa 333 trilioni. Nel giro di poco meno di un anno è stata bruciata una ricchezza pari a 223 trilioni di dollari. Nell'ultimo mese le varie banche centrali del globo hanno iniettato nuova liquidità per circa 5 miliardi di dollari. Una goccia nell'oceano! E' chiara l'entità della crisi?

4. Dal 29 settembre 2008, gli interventi pubblici a sostegno delle borse europee e americane sono ammontate a più di 1,4 miliardi di dollari. I vari paesi Europei (in ordine sparso) stanno creando fondi pubblici nazionali che si aggirano in media sul 3% del Pil. Per l'Italia si tratterebbe di mettere a disposizione una cifra pari a circa 45 miliardi di Euro, l'equivalente della finanziaria triennale che il governo di nani e ballerine vorrebbe approvare in questi giorni. Quando si tratta di (tentare di) salvare i mercati finanziari, i soldi saltano fuori come un coniglio dal cappello. Quando si tratta di prendere misure di welfare, garantire continuità di reddito ai precari, migliorare i servizi pubblici, evitare privatizzazioni,.., improvvisamente i soldi spariscono!!!

tratto da www.precaria.org

 

11月8日

Gli studenti ci riprovano con gli operai

Articolo preso in prestito da la Stampa.
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Abbiamo appena strappato un fondo sanitario integrativo. Io sono delegato sindacale: voglio leggere le carte, voglio capire, per poi spiegarlo per bene agli altri. Ma sono un operaio. Non ho studiato, ci vorrebbe un aiuto». Gianni Iannetti, 43 anni, delegato sindacale; il «consulente» si chiama Enrico e studia Medicina all’Università. Si parla di sanità. Gianni chiede; Enrico si prende un attimo e risponde.

No, non sembra davvero il ’68, la lotta studentesca che si salda al movimento operaio in nome di un’ideologia. Questo gruppo che si raduna sotto la pioggia somiglia più all’incontro di grumi di malessere, dove il comune denominatore si porta appresso parole come crisi, recessione, tagli, incertezza.

Studenti e operai si incrociano alle due di un pomeriggio scuro, porta venti di Mirafiori. Torino, Fiat Powertrain: gli operai del primo turno escono, dentro quelli del secondo. Li aspettano una ventina di universitari e un volantino. Prove tecniche di saldatura.

Oggi si replica: alla controinaugurazione dell’anno accademico del Politecnico partecipano delegati sindacali, operai di aziende in crisi. Si parla del futuro dell’Università che arranca, e del presente di migliaia di lavoratori, che si chiama cassa integrazione, mobilità, aziende in crisi. «Non vogliamo pagare la loro crisi»: il titolo del volantino è una dichiarazione d’intenti. «Noi universitari non ci stiamo: non si può penalizzare l’istruzione in un momento così drammatico, là dove si dovrebbe invece investire in sapere e conoscenza», attacca Paola, studentessa a Scienze Politiche. Gianni Iannetti approva: «Nemmeno noi operai la vogliamo pagare. Arrivare alla fine del mese è sempre più dura, sono anni che sulle nostre spalle pesa il carovita».

Non è il sodalizio degli «ultimi», ma poco ci manca. Certo è che studenti e operai si sentono così. E allora provano a compattarsi per superare insieme l’ostacolo. Funziona? Sì e no. Giuseppe Acciardi esce quasi di corsa. Afferra il volantino ma non si ferma. «Qui abbiamo tutti qualche problema: noi, questi ragazzi. Ma non li risolviamo mischiandoli. Ognuno fa storia a sé». Paola, studente, scuote la testa. «La precarietà sui luoghi di lavoro, le aziende in crisi, il precariato tra i giovani riguardano tutti. Oggi tocca voi, ma domani ci saremo noi al vostro posto. Ecco perché questa lotta è di tutti».

Chi si ferma racconta di un movimento che sta lievitando. «In fabbrica si comincia a parlare di scuola, non succedeva da anni», dice Giovanni Aloisio. «Alcuni colleghi raccontano dei loro figli, delle occupazioni e di una preoccupazione che dai ragazzi è strisciata fino ai genitori». La scuola in fabbrica e la fabbrica a scuola. Il timore per un presente da lavoratori e da padri; l’ignoto che afferra i figli che un domani saranno lavoratori, ma oggi guardano impauriti la loro università, sperano che i genitori non perdano il lavoro e possano ancora pagare gli studi. Qui, a Mirafiori, padri e figli si ritrovano. Un patto tra generazioni. Non durerà un pomeriggio, giurano. Si comincia ora, si prosegue insieme.

«È andata bene», dicono alla fine, quando il via vai ai cancelli s’interrompe. «Torneremo. Insieme», assicura l’operaio Gianni. Ma l’universitario Ivano non sembra convinto. «Non siamo riusciti a rompere il muro. Siamo ancora noi e voi, mondi distinti». Si vede che hanno paura di non essere capiti a fondo. Sentono, o temono, un’innata diffidenza. «Lavorano dalle sei del mattino, magari pensano che noi ci siamo svegliati a mezzogiorno per venire qui a distribuire un volantino», insiste Ivano. «Forse ci considerano privilegiati».
Alla fine sono gli operai a guidare, e pilotare, la saldatura tra i due mondi. «La prossima volta ci sarà un manifesto comune. E al prossimo sciopero generale, a Roma o a Torino, andremo sotto le stesse insegne».

Lesofferenze non finiscono mai per gli operai dell'ilva di Taranto

Un amica del blog ha portato alla mia attenzione una notizia che a causa del marasma generale di questi giorni mi stava sfuggendo,la ringrazio.

Accusata di causare gravi problemi di inquinamento, l’azienda “risponde” con tredici settimane di cassa integrazione a partire dal primo dicembre per più di 1000 operai, questo è stato l’annuncio dato il 30 ottobre scorso dal responsabile delle relazioni industriali dell’azienda durante un incontro con i sindacati. Il gruppo Riva, proprietario dello stabilimento, ha preso la decisione a causa della grave crisi che sta attraversando il settore, e che potrebbe lasciare invenduta la metà della produzione di tubi e coils.Già da alcune settimane era già stata concordata una turnazione di ferie forzata per 180 dipendenti, ma ora le Rsu hanno chiesto qualche giorno per esprimere un parere e si terranno alcuni incontri tra sindacati e proprietà.

Gli operai che hanno fatto turni impossibili,quelli che sono morti e quelli che sono rimasti invalidi(secondo dati inail Dal 1993 ,data della privatizzazione dell’azienda, ad oggi, sono stati invece37 gli infortuni con esito mortale, l’ultimo, Antonio Alagni, appena una settimana

fa. Nel dettaglio, gli infortuni all’Ilva sono stati 2101 nel 2005, 2043 nel 2004, 2080

nel 2003, 2045 nel 2002, 1836 nel 2001, 15002 nel 2000, 1358 nel 1999, 765 nel 1998,

654 nel 1997, 873 nel 1996, 1154 nel 1995, 1251 nel 1994, 1240 nel 1993, 1527 nel

1992, 1493 nel 1991, 1344 nel 1990) per creare premesse per risultati e profitti da guinness dei primati si sentono crollare il mondo addosso. Ma i padroni se ne infischiano dei sacrifici fatti dai loro dipendenti per far crescere l’ilva in questi ultimi anni e come sempre pensano solo a salvarsi le chiappe!!!!

Sono anni che i dipendenti cercano un confronto diretto con il signor Riva,questo è impossibile,un po’ perché gran parte della rappresentanza sindacale taglia fuori i lavoratori e non li ascolta continua a compiacere i padroni e un po’ perché ai padroni stessi non va di doversi mettere di fronte a dei poveri e rozzi operai che però hanno il sacrosanto diritto di essere ascoltati e che a mio avviso hanno le idee molto ben chiare su cosa si potrebbe fare per evitare il peggio ….

L’Ilva da parecchi anni è sotto i riflettori  anche per la questione ambientale, per la diossina.  l’inquinamento i dipendenti lo subiscono quotidianamente, perché ci lavorano!!!!!. Ma i posti di lavoro vanno salvaguardati. E se sono costretti a scegliere tra il portare a casa il pane e morire di fame non mi pare ci siano troppe possibilità di scelta!!!

Ora io mi chiedo possibile che in tutti questi anni non ci sia stato un progetto che ad esempio prospettava di chiudere l’area delle lavorazioni a caldo,dando comunque opportunità di lavoro diverse anche fuori dall’Ilva o meglio rivedere gli impianti di scarico di modo da stare entro dei parametri di inquinamento accettabili? La risposta è semplice ogni qual volta qualche magistrato cercava di portare in Cassazione il disastro ambientale di Taranto qualche giorno prima i politici di questo territorio bloccavano tutto senza avere il consenso dei cittadini”.

Questo può succedere solo nel nostro paese di merda!!!! Dove la nostra classe dirigente(che dirige solo i propri interessi)non riesce nemmeno a salvare la gente dall’inquinamento figuriamoci se riescono a salvarci dalla criminalità!!!!! Danno milioni e milioni di euro a banchieri corrotti che non producono un minchia e adesso vogliono farci pure pagare  i casini che hanno fatto!! Ma per progetti seri e mirati al reale benessere della società e che producono ricchezza reale e benessere i soldi non ci sono mai!!!!!!

Agli amici e ai compagni di Taranto va tutta la mia più grande stima e solidarietà e il mio invito a non mollare perché voi contate molto di più di quello che credete ,è necessario stare uniti e lottare senza paura assieme per creare un vero sindacato autonomo dei lavoratori non solo per il vostro futuro ma anche per quello dei vostri figli e per quello del vostro bellissimo paese  che qualcuno vuole trasformare in una pattumiera!!!!!

 

Working_Class_by_carts

                                                                                                                  

11月2日

Fabbriche in crisi, “il 2009 sarà durissimo”

E’ crisi nera. Molte aziende italiane ricorrono in modo massiccio alla cassa integrazione. O, se sono troppo piccole, chiudono e basta e licenziano. La Cgil ha stimato 300 mila posti a rischio e ha lanciato l’allarme sulla possibile estinzione delle risorse pubbliche per finanziare la cassa integrazione. Il governo, però, non ascolta. E' stata ritirato, infatti, il provvedimento che aumentava risorse per la proroga della cassa integrazione straordinaria e degli altri ammortizzatori sociali in deroga. Il fondo - prevede il ddl Lavoro collegato alla Finanziaria approvato oggi dalla Camera - resta di 450 milioni e non aumenta a 600 milioni. Approvati invece due emendamenti dell'opposizione: anche le grandi imprese, che già per legge hanno la cassa integrazione, potranno usufruire delle risorse per la cassa in deroga (cigs). “Non è un buon segnale”. Così il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commenta il ritiro dell'emendamento che nel ddl Lavoro aumentava di 150 milioni i fondi per la cigs. Sottolinea il dirigente sindacale: “Quello della cigs è un problema che abbiamo posto con forza e che scoppierà nelle prossime settimane. Il governo ha motivato questa scelta dicendo che vuole fare di più e meglio, il tempo dirà se è effettivamente così”.

Ma il peggio, almeno per l’industria, deve ancora venire. Il segretario nazionale della Fiom Cgil Maurizio Landini, in una conversazione con il Manifesto, spiega: “Siamo davanti a un calo drastico della domanda, soprattutto nei settori auto ed elettrodomestici, che da soli fanno il 40 per cento della categoria; ma ci sono segnali negativi anche dalle acciaierie, come nel caso della Lucchini. Gli unici comparti che per ora restano fuori sono le macchine agricole e utensili. In settembre abbiamo registrato un aumento fino al 30-40 per cento delle richieste di cassa integrazione, quando prima della pausa estiva eravamo al 10. Ma le fasi più pesanti ce le aspettiamo nell’ultima parte dell’anno e nei primi mesi del 2009”. “Se consideriamo l’intero panorama industriale, abbiamo 4 milioni e mezzo di lavoratori in Italia, ma la metà è in imprese sotto i 50 dipendenti. Tutto l’artigianato e la piccola impresa è privo della cassa integrazione ordinaria, come d’altra parte i precari. Questi ultimi rappresentano il 15% del settore: almeno 250-300 mila lavoratori a rischio, i primi a saltare quando si avvia un procedimento di tassa”.

Di questo parleranno il prossimo 31 ottobre le delegate e i delegati metalmeccanici, nell’Assemblea nazionale a Roma. Occasione in cui la Fiom proporrà una mobilitazione generale.

Alcuni casi

Le aziende in crisi sono innumerevoli, e non solo metalmeccaniche. La settimana scorsa il gruppo
La Perla (intimo e abbigliamento) ha annunciato una riduzione di organico di 365 unita' nelle due sedi bolognesi, che contano circa un migliaio di dipendenti.

Alla
Lucchini di Piombino
, già citata, è stato raggiunto un accordo sulla cassa integrazione. Il provvedimento riguarda circa 500 addetti per due settimane, con data retroattiva al 20 ottobre. Ha spiegato il segretario generale della Cgil Livorno Luciano Gabrielli, “l’accordo sulla cig non sospende i contratti precari, anzi mantiene nonostante la cig tutti i contratti interinali, 35 su 2.350 dipendenti, i 170 contratti di apprendistato e quelli a termine”.

Sempre in Toscana c’è la
Eaton
, colosso statunitense della meccanica fine, che prima aveva deciso di licenziare 365 operai, poi aveva fatto marcia indietro accettando la cig, e oggi ci ha ripensato di nuovo. “Irresponsabili. Solo questo si può dire di chi che nel giro di qualche giorno si è letteralmente rimangiato quanto promesso in sede di tavolo di trattativa al ministero delle attività Produttive”. A dirlo è Alessio Gramolati, segretario generale Cgil Toscana, venuto a conoscenza della decisione della Eaton di Massa Carrara che al tavolo ministeriale “si era detta disponibile a ritirare la mobilità e ad attivare la cassa integrazione e che oggi, invece, ha fatto marcia indietro, confermando la mobilità e la chiusura dello stabilimento di Massa”.

Poi ci sono i lavoratori della
Antonio Merloni
, azienda del Centroitalia che ha messo in cassa integrazione più di 500 lavoratori su 5.500. Molti di loro sono arrivati a Roma dall'Umbria (il 28 ottobre), dalle Marche e dall'Emilia, per protestare contro i 3.500 posti di lavoro a rischio complessivamente nei quattro stabilimenti industriali del gruppo.

Si tiene domani (mercoledì 29 ottobre) a Genova, alle ore 10 davanti alla sede di Confindustria in via San Vincenzo, un presidio dei lavoratori della ditta
Fazan di Taranto, che ha lavorato per lungo tempo in appalto per Fincantieri
. I 60 dipendenti dell’azienda, che si occupava prevalentemente di pitturazione, saldatura, verniciatura e opere di manutenzione in genere, non ricevono il pagamento dello stipendio dall’aprile del 2008. Afferma in una nota Bruno Manganaro, della Fiom genovese: “Denunciamo da tempo il sistema degli appalti in Fincantieri che, come già accaduto recentemente in altre aziende, è prodiga nel delegare attività in subappalto senza poi assicurarsi che queste onorino i propri impegni retribuitivi nei confronti dei dipendenti. La protesta è volta a ottenere il pagamento degli stipendi ai dipendenti e a richiedere alla dirigenza un impegno preciso in merito alla regolamentazione definitiva del sistema degli appalti”.

Cgil Trentino: 2009 sarà anno durissimo, ammortizzatori sociali vanno estesi

“Il 2009, anche per l'economia trentina, si annuncia come un anno difficilissimo. Il manifatturiero presenta già oggi segnali inequivocabili. Secondo le nostre stime, i posti di lavoro a tempo indeterminato che rischiano di sparire sono più di 700-800, altri 600-700 sono i temporanei che ad oggi non hanno prospettive di conferma, mentre sta crescendo in maniera imponente il ricorso alla cassa integrazione. Si tratta di mettere in campo, nel più breve tempo possibile, tutte le iniziative utili a difendere le lavoratrici, i lavoratori, il tessuto delle imprese”. A dirlo è una nota della Cgil del Trentino.

In Umbria un imprenditore investe due operai con la macchina
Un delegato Fiom e un lavoratore della Rapanelli di Foligno (Perugia) “sono stati investiti da un dirigente dell’azienda che, con la sua automobile, li ha colpiti mentre tenevano un picchetto insieme ad altri lavoratori”. A riferirlo a rassegna.it è il segretario generale della Fiom Cgil di Perugia, Alessandro Piergentili. Il delegato è Carlo Manni, segretario provinciale Fiom. I due investiti si trovano ora sotto osservazione al pronto soccorso dell'ospedale di Foligno. I lavoratori, riferisce Piergentili, si trovavano davanti ai cancelli della fabbrica al termine di un‘assemblea sindacale tenuta nella mattinata, al termine della quale si era deciso di proclamare lo stato di agitazione permamente vista la situazione di crisi dell’azienda che produce molini per olio d’oliva e occupa circa cento persone. Piergentili parla di “gesto provocatorio”, annunciando che la Fiom “si attiverà per tutte le iniziative di tutela, anche per via giudiziaria se necessario, contro questo grave episodio”. Come prima risposta, il sindacato ha subito indetto per giovedì prossimo (30 ottobre) una manifestazone dei lavoratori della Rapanelli, che partirà dai cancelli della fabbrica per dirigersi verso la piazza principale di Foligno.