Andrea 的个人资料Orgoglio operaio orgogli...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


11月30日

Cina,migliaia di operai licenziati protestano

 Migliaia di operai licenziati dalle fabbriche del sud della Cina in seguito alla crisi economica internazionale hanno dato vita questa settimana a proteste che in alcuni casi sono sfociate nella violenza.

Nel tentativo di contenere le conseguenze del crollo delle esportazioni di manufatti, che negli anni passati hanno innescato un boom senza precedenti dell'economia, le autorità hanno varato all'inizio di novembre un pacchetto di interventi di sostegno alla domanda interna di quasi 600 miliardi di dollari mentre la Banca del Popolo della Cina, la banca centrale, ha abbassato per quattro volte - l'ultima delle quali oggi - i tassi d'interesse sui prestiti e sui depositi. Ieri centinaia di operai hanno attaccato gli uffici dell'impresa che li ha licenziati e i poliziotti che li proteggevano a Dongguan, uno dei centri dell'industria manifatturiera cinese.

La Kaida Toys Corporation ha annunciato all'inizio della settimana il licenziamento di 328 operai, sugli 8000 che occupa, e ha anticipato altri licenziamenti per le prossime settimane. I lavoratori, hanno riferito testimoni, si sono dati alla violenza bruciando auto e motociclette dei mille poliziotti che si erano schierati a difesa degli uffici della Kaida, che erano stati messi sotto assedio. La polizia ha reagito e almeno cinque operai sono stati feriti. Ai licenziati è stata offerta una liquidazione pari ad un mese di salario, cioè poco più di cento euro.

A ottobre un'analoga protesta si era verificata in un'altra fabbrica di giocattoli sempre a Dongguan, che si trova nella provincia del Guangdong. Una clamorosa protesta degli operai licenziati si è verificata anche nella vicina provincia del Jiangxi, dove 300 operai hanno bloccato la strada davanti ad una fabbrica di compressori a Jingdezhen. Il sindaco Xu Zongcheng di Shenzhen, la nuova città industriale sorta a ridosso di Hong Kong, ha dichiarato ricevendo un gruppo di giornalisti che nella città hanno perso il lavoro 50mila operai a causa del fallimento di 682 imprese. Xu ha affermato di essere «fiducioso» che Shenzhen possa raggiungere la crescita programmata per il 2008 del 12 per cento ma ha ammesso che l'edilizia sta vivendo una grave crisi, che ha visto una riduzione dei prezzi degli immobili del 25 per cento.

Un altro sintomo della gravità della crisi in Cina è costituito dalle proteste dei tassisti contro il rialzo dei prezzi del carburante e contro la diffusione di mezzi alternativi e più economici di trasporto (come i «tre ruote») che si sono verificati nelle metropoli di Chongqing e Guangzhou. La crescita economica della Cina ha subito un forte rallentamento nel terzo trimestre del 2008, scendendo al 9,9 per cento dall'11,9 del 2007. Le prospettive per il 2009 sono di un ulteriore calo che porterà il tasso al 7,5 per cento, secondo le previsioni della Banca Mondiale. Si tratta di un tasso che rimane alto ma, avvertono gli economisti, anche della prima volta che l'economia cinese mostra un andamento ciclico dalla prima metà degli anni novanta.

Per quel che mi riguarda offro la mia profonda solidarietà agli operai cinesi che protestano,chi conosce il mondo cinese,sa benissimo come la polizia cinese al soldo di un governo che di comunista ha solo il nome,non sia mai stata morbida con i manifestanti ... e di certo i fatti che si sono verificati sono una conseguenza delle continue repressioni in atto ormai da anni ..

11月22日

Si ferma ancora la Fiat di Termini Imerese

La Fiat di Termini Imerese si ferma nuovamente nell’unica settimana d’intervallo tra le 6 settimane di cassa integrazione già programmate dall’azienda. Il motivo del blocco è la protesta dei dipendenti di un’azienda dell’indotto, la Ergom.

Gli operai hanno incrociato le braccia contro la decisione della Ergom di non rinnovare i contratti in scadenza di 23 tute blu, quasi tutte donne. Durante le tre settimane di cassa integrazione alcuni delegati FIOM  di Termini Imerese,hanno tentato di incontrare l’azienda assieme alla Regione, ai componenti delle commissioni parlamentari dell’Ars e in prefettura, ma i dirigenti non si sono mai presentati. Avevano chiesto un incontro anche in Confindustria a Palermo, ma l’azienda ha fatto sapere che era disponibile per la prossima settimana e che comunque avrebbe confermato la decisione d’interrompere i rapporti di lavoro con i 23 operai».

Secondo la Fiom «la Ergom vorrebbe sostituire questi 23 operai con personale Fiat distaccato, ma questo comporta problemi di ordine giuridico e anche morale: non si possono prendere soldi dallo Stato e dalla Regione per impiegare lavoratori per poi non rinnovare i contratti».

Rifondazione chiede invece l’intervento del prefetto. E giustamente ritiene inaccettabile che la Ergom non voglia nemmeno dialogare con i lavoratori. Chiedono la convocazione immediata dell’azienda da parte del prefetto di Palermo per affrontare la questione del rinnovo ad un tavolo di trattative,  il segretario e il responsabile lavoro della federazione di Palermo di Rifondazione comunista…

Sotto l'albero dei lavoratori della sicilia ci sono 5 mila posti a rischio

I licenziamenti che il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani aveva annunciato in Italia, a Palermo sembrano diventare purtroppo realtà. Sono oltre 5 mila i posti di lavoro a rischio nei prossimi giorni, tra precari che hanno contratti in scadenza e dipendenti in cassa integrazione in aziende che difficilmente continueranno l´attività nel 2009.

Non c´è settore o comparto, dalla pubblica amministrazione alle industrie, dall´edilizia ai call center, che non sia coinvolto da tagli del personale e rinnovi contrattuali: in ballo ci sono 5.125 posti di lavoro, solo a Palermo.

«Quello alle porte è il Natale più difficile negli ultimi 20 anni», assicurano i sindacati.
Il mese di dicembre potrebbe essere l´ultimo periodo di lavoro per mille precari di Regione e Comune di Palermo.

È già iniziato in questi giorni l´assedio a Palazzo d´Orleans da parte dei 40 tecnici dell´Agenzia regionali dei rifiuti con contratto in scadenza, e a breve sotto la presidenza della Regione arriveranno anche i 430 catalogatori dei beni culturali, per non parlare del 350 funzionari della protezione civile: «Nessuno parla di noi, leggo sui giornali dei posti di lavoro a rischio, ma mai di quelli pubblici, e in particolare della protezione civile regionale - dice Claudio Bartolotta - Ho un bambino di 3 anni, sognavo di passare un Natale sereno con lui, purtroppo non dormo la notte perché non so se il primo gennaio avrò ancora un lavoro».

Sempre nel settore pubblico ci sono i 40 dipendenti della Fiera del Mediterraneo che non sanno se avranno rinnovati i contratti e da due giorni hanno occupato gli uffici dell´Ente. Alla Regione, in una società esterna che ha realizzato il censimento dei beni, la Exitone, non saranno rinnovati 10 contratti: «Si tratta di ragazzi con altissima professionalità che dopo aver realizzato quasi da soli un censimento molto grande, rischiano di perdere il lavoro il primo gennaio», dice Monica Genovese, della Filcams Cgil.



Anche al Comune di Palermo, nonostante la grande stabilizzazione di 2.900 lsu, ci sono 57 articolisti che hanno il contratto in scadenza: «E per loro Palazzo delle Aquile non ha previsto alcuna stabilizzazione», dice Giovanni Cammuca.
Se anche nel pubblico ci sono centinaia di posti a rischio, figuriamoci nel privato e specie nel settore dell´industria e dei call center. Per quanto riguarda le aziende palermitane, in bilico ci sono 400 operai. A Termini Imerese da giorni protestano 23 licenziati della Ergom, azienda dell´indotto Fiat.

Di questi 19 sono donne, per loro tutti i dipendenti dell´azienda hanno deciso di scioperare fermando così la produzione dello stabilimento Fiat. Il 31 dicembre scade la cassa integrazione di ben 160 operai della Telecom e 110 della Tecnosistemi. Di mobilità si parla anche nell´azienda orafa Stancampiano: «Ho 36 anni, due figli e se perdo il lavoro difficilmente lo ritroverò perché sono un operaio molto specializzato - dice Giancarlo Russello - Ma questo Natale farò comunque di tutto per far trovare i regali sotto l´albero ai miei figli, di appena 18 mesi. Ho molta paura per il futuro della mia famiglia».

Nei giorni scorsi ha chiuso i battenti la Metal meccanica meridionale, con 45 dipendenti che dal primo gennaio non avranno più un lavoro, come i 21 della Legnomarket e circa 30 della Effedì, azienda metal meccanica di Carini che costruisce il veicolo Gasolone e che ha annunciato delle mobilità.
Davvero difficile è la situazione dei call center della città. Soltanto all´Alicos, azienda del gruppo Cos che lavora per Alitalia, potrebbero perdere il lavoro 1.600 persone, quasi tutti giovanissimi.

«Se la Cai, la nuova Alitalia, non rinnoverà il contratto con l´Alicos potremmo perdere tutti il lavoro - dice Rosalba Vella - Non è facile in questi giorni andare in azienda senza avere notizie sul nostro futuro, perché nessuno sa ancora cosa farà la nuova compagnia di bandiera». Il piano industriale della Cai ha intanto previsto 160 mobilità all´aeroporto Falcone e Borsellino, con i dipendenti che da una settimana bloccano i check-in, e 5 addette alla biglietteria Meridiana hanno ricevuto le lettere di licenziamento insieme a 4 operai della ditta che si occupava della manutenzione degli impianti elettrici dello scalo, la Gelmo.

La situazione si commenta da se!!!

11月13日

Non scioperiamo con chi mistifica la volontà degli operai

Nel gruppo FIAT si è svolto un referendum in merito alla piattaforma per il rinnovo del contratto aziendale proposta da FIM, FIOM, UILM e FISMIC.

Tale proposta è stata sottoposta alla conoscenza degli operai solo due giorni prima del referendum. Tenendo presente che era già pronta e stampata dall'8 di ottobre e si è votato il 29 di ottobre.

Si voleva forse evitare che gli operai discutessero il contenuto, mettendo magari in difficoltà i delegati rigettandoglielo o chiedendo modifiche prima della consultazione?

E tutto questo sempre a proposito del loro riempirsi la bocca di democrazia sindacale.

Alla NEW HOLLAND di Modena la piattaforma è stata bocciata e gli operai attendevano di conoscere i dati definitivi della consultazione nel resto del gruppo FIAT.

Di solito, di fronte alla loro stracciante vittoria, comparivano subito i risultati, questa volta invece solo dopo sette giorni è comparso un comunicato a firma delle quattro sigle proponenti la piattaforma.

Un comunicato senza dati, contenente solo un loro commento che la dice lunga: "qualche difficoltà sempre per la presenza della cassa integrazione si è avuta per lo svolgimento del referendum di fatti qualche stabilimento è stato impossibilitato ad effettuarlo" e prosegue "nonostante ciò la maggioranza dei lavoratori ha partecipato al voto, e i si alla piattaforma superano il 90%".

Con tutto questo giro di parole non vengono riportati i dati più importanti, in quanti hanno votato, i risultati di ogni stabilimento e se si è raggiunto il quorum?

Chi vuole consultarlo lo trova sul sito della FIOM nazionale.

Contattando noi altri grandi stabilimenti del gruppo FIAT, (Pomigliano, Termoli ecc.) ci hanno informato che da loro o non sono andati a votare, o addirittura il referendum non è stato nemmeno indetto.

Di fronte a questi fatti, non è possibile trovare un intesa con questi soggetti che vorrebbero far credere che gli operai sono dei masochisti e che amano farsi sfruttare dando il loro consenso.

Perciò invitiamo gli operai a non aderire a questo sciopero del 14 di novembre perché nei fatti è solo strumentale e tornerebbe ancora una volta solo utile agli interessi privati e personali di questi soggetti che sono di supporto e servono l'interesse dei padroni sia di destra che di "sinistra" e sono nemici della classe operaia.

13/11/08

SLAI COBAS
COORDINAMENTO PROVINCIALE MODENA

11月12日

Oltre 400 operai in corteo per difendere il lavoro!!!

Oggi è stata un’altra giornata di fuoco a causa della gravissima crisi occupazionale in cui versa la provincia di Massa Carrara. A partire dalle 10 di questa mattina a Carrara, hanno sfilato circa 400 operai dei Nuovi Cantieri Apuania di Marina di Carrara e dell'azienda metalmeccanica Eaton di Massa. I primi protestavano contro il rischio di privatizzazione dei cantieri, che trasformerebbe la produttività da navalmeccanica a nautica da diporto, con la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro (ad oggi 600 compreso l'indotto).

Gli operai della Eaton, invece, manifestavano contro la chiusura dell'azienda: di fronte a loro, per il momento, solo la prospettiva di un mese di mobilità (a partire dal prossimo 23 dicembre) e la cassa integrazione straordinaria, con lo smantellamento dell'impianto massese nel più breve tempo possibile.

Il corteo ha sfilato lungo il viale XX Settembre da Marina di Carrara fino alla rotatoria di Turigliano ad Avenza, dove i lavoratori hanno occupato per un quarto d'ora la strada impedendo la circolazione del traffico.

 I dipendenti di Nca e Eaton hanno manifestato assieme  per evidenziare che la situazione occupazionale della provincia è a una punto drammatico: sono 1.500 i posti complessivamente a rischio. Se una prospettiva del genere dovesse concretizzarsi, i contraccolpi su tutta l'economia del territorio sarebbero disastrosi".

 In particolare, i lavoratori dei Cantieri hanno chiesto di incontrare al più presto il presidente della Regione Toscana Claudio Martini: "Ci sentiamo abbandonati,ha detto un rappresentante sindacale. Aspettiamo di poter ottenere un tavolo istituzionale a Roma per parlare della nostra situazione con il Governo, ma nessuno sembra preoccuparsi e darsi da fare per noi. Speriamo di vedere Martini il prossimo 14 novembre, durante un incontro fissato nella sede provinciale. Oggi siamo qui anche per questo".

Che tristezza, e pensare che il nostro presidente del consiglio continua ostinatamente a dire che tutto va bene e che tutto è sotto controllo ,forse a casa sua !!!!Cmq è altrettanto scandaloso che per attirare l’attenzione del presidente regionale si debba bloccare il traffico di un’intera città!!!

Il centro sinistra che qui è molto forte ,di certo poteva intervenire prima e magari evitare il peggio,ma come al solito ci sono di mezzo i soldi e quindi “la politica del si può fare” va fare in culo assieme a tutti quei poveri cristi che  passeranno un Natale non certo bello…..

A tutti i lavoratori di Massa e di Carrara va tutta la mia solidarietà e la mia stima per aver capito che solo l'unione fa la forza !!

 

 

 

 

11月9日

Hai investito il tuo Tfr? Notizie dalla crisi

 

1. In Italia, l'indice Mibtel della borsa di Milano è passato da quota 34.000 a 18.000 (dati del 7 ottobre) (- 47%). Chi ha investito 1000 euro del proprio Tfr nel giugno 2007, si trova ora in media a 530 euro. (Riceviamo e pubblichiamo)

Se aggiungiamo alcune forme di garanzia a secondo del tipo di investimento effettuato, la cifra può salire all'incredibile livello di 650-700 euro circa (una perdita secca di 300-350 euro). Chi, invece, ha tenuto il Tfr in azienda ha guadagnato 30 euro. Eppure tutti, sindacalisti confederali, economisti, politici, giornalisti, a quei tempi declamavano a gran voce la convenienza di investire il Tfr in borsa!!!

2. Se il Tfr piange, i fondi pensioni non ridono. Il Fondo Pensione Integrativo dei metalmeccanici "Cometa", gestito dai sindacati, per il solo crack della Lehmann Brothers, ha perso più 3,5 milioni di euro. A tali perdite si devono sommare gli effetti derivanti dal calo di oltre il 40%% delle borse mondiali. Anche il fondo pensione dei giornalisti (che conta più di 15mila iscritti) segna profondo rosso (in media - 8%). Notizie del tuo fondo Espero la CGIL te ne ha date? Occorre cominciare a sperare di morire prima di andare in pensione?

3. All'inizio della crisi le borse mondiali hanno perso in media il 40%. Secondo le stime della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) il valore dei derivati era nel 2007 di 556 trilioni di dollari (cioè 556 mila miliardi). Oggi il valore è sceso a circa 333 trilioni. Nel giro di poco meno di un anno è stata bruciata una ricchezza pari a 223 trilioni di dollari. Nell'ultimo mese le varie banche centrali del globo hanno iniettato nuova liquidità per circa 5 miliardi di dollari. Una goccia nell'oceano! E' chiara l'entità della crisi?

4. Dal 29 settembre 2008, gli interventi pubblici a sostegno delle borse europee e americane sono ammontate a più di 1,4 miliardi di dollari. I vari paesi Europei (in ordine sparso) stanno creando fondi pubblici nazionali che si aggirano in media sul 3% del Pil. Per l'Italia si tratterebbe di mettere a disposizione una cifra pari a circa 45 miliardi di Euro, l'equivalente della finanziaria triennale che il governo di nani e ballerine vorrebbe approvare in questi giorni. Quando si tratta di (tentare di) salvare i mercati finanziari, i soldi saltano fuori come un coniglio dal cappello. Quando si tratta di prendere misure di welfare, garantire continuità di reddito ai precari, migliorare i servizi pubblici, evitare privatizzazioni,.., improvvisamente i soldi spariscono!!!

tratto da www.precaria.org

 

11月8日

Lesofferenze non finiscono mai per gli operai dell'ilva di Taranto

Un amica del blog ha portato alla mia attenzione una notizia che a causa del marasma generale di questi giorni mi stava sfuggendo,la ringrazio.

Accusata di causare gravi problemi di inquinamento, l’azienda “risponde” con tredici settimane di cassa integrazione a partire dal primo dicembre per più di 1000 operai, questo è stato l’annuncio dato il 30 ottobre scorso dal responsabile delle relazioni industriali dell’azienda durante un incontro con i sindacati. Il gruppo Riva, proprietario dello stabilimento, ha preso la decisione a causa della grave crisi che sta attraversando il settore, e che potrebbe lasciare invenduta la metà della produzione di tubi e coils.Già da alcune settimane era già stata concordata una turnazione di ferie forzata per 180 dipendenti, ma ora le Rsu hanno chiesto qualche giorno per esprimere un parere e si terranno alcuni incontri tra sindacati e proprietà.

Gli operai che hanno fatto turni impossibili,quelli che sono morti e quelli che sono rimasti invalidi(secondo dati inail Dal 1993 ,data della privatizzazione dell’azienda, ad oggi, sono stati invece37 gli infortuni con esito mortale, l’ultimo, Antonio Alagni, appena una settimana

fa. Nel dettaglio, gli infortuni all’Ilva sono stati 2101 nel 2005, 2043 nel 2004, 2080

nel 2003, 2045 nel 2002, 1836 nel 2001, 15002 nel 2000, 1358 nel 1999, 765 nel 1998,

654 nel 1997, 873 nel 1996, 1154 nel 1995, 1251 nel 1994, 1240 nel 1993, 1527 nel

1992, 1493 nel 1991, 1344 nel 1990) per creare premesse per risultati e profitti da guinness dei primati si sentono crollare il mondo addosso. Ma i padroni se ne infischiano dei sacrifici fatti dai loro dipendenti per far crescere l’ilva in questi ultimi anni e come sempre pensano solo a salvarsi le chiappe!!!!

Sono anni che i dipendenti cercano un confronto diretto con il signor Riva,questo è impossibile,un po’ perché gran parte della rappresentanza sindacale taglia fuori i lavoratori e non li ascolta continua a compiacere i padroni e un po’ perché ai padroni stessi non va di doversi mettere di fronte a dei poveri e rozzi operai che però hanno il sacrosanto diritto di essere ascoltati e che a mio avviso hanno le idee molto ben chiare su cosa si potrebbe fare per evitare il peggio ….

L’Ilva da parecchi anni è sotto i riflettori  anche per la questione ambientale, per la diossina.  l’inquinamento i dipendenti lo subiscono quotidianamente, perché ci lavorano!!!!!. Ma i posti di lavoro vanno salvaguardati. E se sono costretti a scegliere tra il portare a casa il pane e morire di fame non mi pare ci siano troppe possibilità di scelta!!!

Ora io mi chiedo possibile che in tutti questi anni non ci sia stato un progetto che ad esempio prospettava di chiudere l’area delle lavorazioni a caldo,dando comunque opportunità di lavoro diverse anche fuori dall’Ilva o meglio rivedere gli impianti di scarico di modo da stare entro dei parametri di inquinamento accettabili? La risposta è semplice ogni qual volta qualche magistrato cercava di portare in Cassazione il disastro ambientale di Taranto qualche giorno prima i politici di questo territorio bloccavano tutto senza avere il consenso dei cittadini”.

Questo può succedere solo nel nostro paese di merda!!!! Dove la nostra classe dirigente(che dirige solo i propri interessi)non riesce nemmeno a salvare la gente dall’inquinamento figuriamoci se riescono a salvarci dalla criminalità!!!!! Danno milioni e milioni di euro a banchieri corrotti che non producono un minchia e adesso vogliono farci pure pagare  i casini che hanno fatto!! Ma per progetti seri e mirati al reale benessere della società e che producono ricchezza reale e benessere i soldi non ci sono mai!!!!!!

Agli amici e ai compagni di Taranto va tutta la mia più grande stima e solidarietà e il mio invito a non mollare perché voi contate molto di più di quello che credete ,è necessario stare uniti e lottare senza paura assieme per creare un vero sindacato autonomo dei lavoratori non solo per il vostro futuro ma anche per quello dei vostri figli e per quello del vostro bellissimo paese  che qualcuno vuole trasformare in una pattumiera!!!!!

 

Working_Class_by_carts

                                                                                                                  

11月2日

Fabbriche in crisi, “il 2009 sarà durissimo”

E’ crisi nera. Molte aziende italiane ricorrono in modo massiccio alla cassa integrazione. O, se sono troppo piccole, chiudono e basta e licenziano. La Cgil ha stimato 300 mila posti a rischio e ha lanciato l’allarme sulla possibile estinzione delle risorse pubbliche per finanziare la cassa integrazione. Il governo, però, non ascolta. E' stata ritirato, infatti, il provvedimento che aumentava risorse per la proroga della cassa integrazione straordinaria e degli altri ammortizzatori sociali in deroga. Il fondo - prevede il ddl Lavoro collegato alla Finanziaria approvato oggi dalla Camera - resta di 450 milioni e non aumenta a 600 milioni. Approvati invece due emendamenti dell'opposizione: anche le grandi imprese, che già per legge hanno la cassa integrazione, potranno usufruire delle risorse per la cassa in deroga (cigs). “Non è un buon segnale”. Così il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commenta il ritiro dell'emendamento che nel ddl Lavoro aumentava di 150 milioni i fondi per la cigs. Sottolinea il dirigente sindacale: “Quello della cigs è un problema che abbiamo posto con forza e che scoppierà nelle prossime settimane. Il governo ha motivato questa scelta dicendo che vuole fare di più e meglio, il tempo dirà se è effettivamente così”.

Ma il peggio, almeno per l’industria, deve ancora venire. Il segretario nazionale della Fiom Cgil Maurizio Landini, in una conversazione con il Manifesto, spiega: “Siamo davanti a un calo drastico della domanda, soprattutto nei settori auto ed elettrodomestici, che da soli fanno il 40 per cento della categoria; ma ci sono segnali negativi anche dalle acciaierie, come nel caso della Lucchini. Gli unici comparti che per ora restano fuori sono le macchine agricole e utensili. In settembre abbiamo registrato un aumento fino al 30-40 per cento delle richieste di cassa integrazione, quando prima della pausa estiva eravamo al 10. Ma le fasi più pesanti ce le aspettiamo nell’ultima parte dell’anno e nei primi mesi del 2009”. “Se consideriamo l’intero panorama industriale, abbiamo 4 milioni e mezzo di lavoratori in Italia, ma la metà è in imprese sotto i 50 dipendenti. Tutto l’artigianato e la piccola impresa è privo della cassa integrazione ordinaria, come d’altra parte i precari. Questi ultimi rappresentano il 15% del settore: almeno 250-300 mila lavoratori a rischio, i primi a saltare quando si avvia un procedimento di tassa”.

Di questo parleranno il prossimo 31 ottobre le delegate e i delegati metalmeccanici, nell’Assemblea nazionale a Roma. Occasione in cui la Fiom proporrà una mobilitazione generale.

Alcuni casi

Le aziende in crisi sono innumerevoli, e non solo metalmeccaniche. La settimana scorsa il gruppo
La Perla (intimo e abbigliamento) ha annunciato una riduzione di organico di 365 unita' nelle due sedi bolognesi, che contano circa un migliaio di dipendenti.

Alla
Lucchini di Piombino
, già citata, è stato raggiunto un accordo sulla cassa integrazione. Il provvedimento riguarda circa 500 addetti per due settimane, con data retroattiva al 20 ottobre. Ha spiegato il segretario generale della Cgil Livorno Luciano Gabrielli, “l’accordo sulla cig non sospende i contratti precari, anzi mantiene nonostante la cig tutti i contratti interinali, 35 su 2.350 dipendenti, i 170 contratti di apprendistato e quelli a termine”.

Sempre in Toscana c’è la
Eaton
, colosso statunitense della meccanica fine, che prima aveva deciso di licenziare 365 operai, poi aveva fatto marcia indietro accettando la cig, e oggi ci ha ripensato di nuovo. “Irresponsabili. Solo questo si può dire di chi che nel giro di qualche giorno si è letteralmente rimangiato quanto promesso in sede di tavolo di trattativa al ministero delle attività Produttive”. A dirlo è Alessio Gramolati, segretario generale Cgil Toscana, venuto a conoscenza della decisione della Eaton di Massa Carrara che al tavolo ministeriale “si era detta disponibile a ritirare la mobilità e ad attivare la cassa integrazione e che oggi, invece, ha fatto marcia indietro, confermando la mobilità e la chiusura dello stabilimento di Massa”.

Poi ci sono i lavoratori della
Antonio Merloni
, azienda del Centroitalia che ha messo in cassa integrazione più di 500 lavoratori su 5.500. Molti di loro sono arrivati a Roma dall'Umbria (il 28 ottobre), dalle Marche e dall'Emilia, per protestare contro i 3.500 posti di lavoro a rischio complessivamente nei quattro stabilimenti industriali del gruppo.

Si tiene domani (mercoledì 29 ottobre) a Genova, alle ore 10 davanti alla sede di Confindustria in via San Vincenzo, un presidio dei lavoratori della ditta
Fazan di Taranto, che ha lavorato per lungo tempo in appalto per Fincantieri
. I 60 dipendenti dell’azienda, che si occupava prevalentemente di pitturazione, saldatura, verniciatura e opere di manutenzione in genere, non ricevono il pagamento dello stipendio dall’aprile del 2008. Afferma in una nota Bruno Manganaro, della Fiom genovese: “Denunciamo da tempo il sistema degli appalti in Fincantieri che, come già accaduto recentemente in altre aziende, è prodiga nel delegare attività in subappalto senza poi assicurarsi che queste onorino i propri impegni retribuitivi nei confronti dei dipendenti. La protesta è volta a ottenere il pagamento degli stipendi ai dipendenti e a richiedere alla dirigenza un impegno preciso in merito alla regolamentazione definitiva del sistema degli appalti”.

Cgil Trentino: 2009 sarà anno durissimo, ammortizzatori sociali vanno estesi

“Il 2009, anche per l'economia trentina, si annuncia come un anno difficilissimo. Il manifatturiero presenta già oggi segnali inequivocabili. Secondo le nostre stime, i posti di lavoro a tempo indeterminato che rischiano di sparire sono più di 700-800, altri 600-700 sono i temporanei che ad oggi non hanno prospettive di conferma, mentre sta crescendo in maniera imponente il ricorso alla cassa integrazione. Si tratta di mettere in campo, nel più breve tempo possibile, tutte le iniziative utili a difendere le lavoratrici, i lavoratori, il tessuto delle imprese”. A dirlo è una nota della Cgil del Trentino.

In Umbria un imprenditore investe due operai con la macchina
Un delegato Fiom e un lavoratore della Rapanelli di Foligno (Perugia) “sono stati investiti da un dirigente dell’azienda che, con la sua automobile, li ha colpiti mentre tenevano un picchetto insieme ad altri lavoratori”. A riferirlo a rassegna.it è il segretario generale della Fiom Cgil di Perugia, Alessandro Piergentili. Il delegato è Carlo Manni, segretario provinciale Fiom. I due investiti si trovano ora sotto osservazione al pronto soccorso dell'ospedale di Foligno. I lavoratori, riferisce Piergentili, si trovavano davanti ai cancelli della fabbrica al termine di un‘assemblea sindacale tenuta nella mattinata, al termine della quale si era deciso di proclamare lo stato di agitazione permamente vista la situazione di crisi dell’azienda che produce molini per olio d’oliva e occupa circa cento persone. Piergentili parla di “gesto provocatorio”, annunciando che la Fiom “si attiverà per tutte le iniziative di tutela, anche per via giudiziaria se necessario, contro questo grave episodio”. Come prima risposta, il sindacato ha subito indetto per giovedì prossimo (30 ottobre) una manifestazone dei lavoratori della Rapanelli, che partirà dai cancelli della fabbrica per dirigersi verso la piazza principale di Foligno.

11月1日

Dayco, gli operai protestano contro i licenziamenti

Sale la tensione alla Dayco dopo la notizia della chiusura dello stabilimento di Chivasso. L´altra notte un gruppo di manager, rimasti fino a mezzanotte in ufficio, sono stati affrontati all´uscita dalla piccola folla di operai che stava presidiando la fabbrica. Ci sono stati spintoni, fischi, sputi e i dirigenti (il direttore Giorgio Colombo e il capo officina Marco Giusti) hanno dovuto lasciare l´auto in azienda e allontanarsi con altri mezzi. I pochi carabinieri di servizio sono intervenuti, ma più di tanto non hanno potuto. Un atmosfera che riporta alla memoria le tensioni degli anni '70 e che preoccupa non poco la Fiom.

«E´ inaccettabile - dichiara Giorgio Airaudo, segretario provinciale Fiom - che imprese multinazionali che hanno goduto di finanziamenti pubblici italiani per costruire gli stabilimenti scappino al primo accenno di crisi. Respingiamo i licenziamenti e chiediamo che le istituzioni, Comune, Provincia, Regione e Governo, impediscano lo sciacallaggio delle multinazionali a danno del territorio e dei lavoratori italiani».

La battaglia degli operai ha preso forma anche con il blocco del traffico sull´autostrada Torino-Milano, all´altezza di Chivasso. Gli operai hanno occupato per circa un´ora in mattinata e nel pomeriggio entrambe le carreggiate. Erano quasi 500, tutti i dipendenti ai quali è stato annunciato giovedì che avrebbero perso il posto di lavoro per la volontà dell´azienda di accorpare i due stabilimenti piemontesi di Ariasca e Chivasso. Lo sciopero prosegue a oltranza ai cancelli e i dipendenti si sono autoconvocati in assemblea permanente fino a nuova trattativa con l´azienda. Il Comune di Chivasso convocherà in tempi rapidi un tavolo istituzionale con Provincia e Regione per fare il punto sulla situazione.

La Dayco Fluid Technologies è una multinazionale americana specializzata nell´assemblare tubazioni per impianti dell´automobile. Ha in Piemonte due fabbriche con circa 470 dipendenti ciascuna. Ad Airasca produce principalmente per Fiat mentre a Chivasso lavora per diverse case automobilistiche ma soprattutto per Audi. «La prima crisi si è vista un mese con l´inizio della cassa integrazione per un quarto dei dipendenti - spiega Lino Malerba, rappresentante Fiom per lo stabilimento di Chivasso - poi, come un lampo a ciel sereno la convocazione di giovedì da parte degli amministratori e l´annuncio che il nuovo piano industriale prevede la chiusura totale dello stabilimento di Chivasso». Gli operai hanno fermato la produzione e bloccato l´azienda fino a ieri mattina quando sono scesi in strada in corteo e hanno raggiunto la Torino-Milano bloccando il traffico per un´ora circa. Nella chiusura di questa fabbrica potrebbe nascondersi il piano degli azionisti Dayco, in particolare di Giuliano Zucco, imprenditore dell´eporediese presidente tra l´altro della squadra di calcio di Ivrea. L´azienda infatti, nata in Piemonte nel 1975, ha conosciuto un florido sviluppo e ha aperto numerosi stabilimenti in molti altri paesi del mondo a ridosso delle grandi fabbriche automobilistiche. «Secondo noi l´azienda decide di chiudere in Italia dove è nata solo per tagliare i costi e incrementare la produzione all´estero dove i costi sono più bassi», dice Malerba.
A questi lavoratori che lottano per il pane quotidiano va tutto il mio rispetto e la mia stima  e la mia solidarietà per il coraggio che dimostrano a differenza dei padroni che scappano come conigli come al solito ..... e sopratutto vanno dove trovano terreno fertile per fare i cazzi loro......
 
1091750
 
 

I metalmeccanici scioperano il 12 dicembre

Sciopero generale dei metalmeccanici. È questa l’indicazione che esce dal congresso nazionale dei delegati Fiom. C’è anche già una data – il 12 dicembre – e la proposta di una manifestazione nazionale. Dal palco del congresso il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, tratteggia una situazione tragica per le tute blu ma non solo. Rinaldini parla di “crisi sociale” e denuncia le politiche del governo che, attraverso il salvataggio del sistema finanziario operato con le finanze pubbliche, scarica i costi della crisi sui lavoratori. A causa della crisi e con l’arrivo della valanga della cassa integrazione, spiega Rinaldini, stanno per uscire dalle fabbriche tra i 400 e i 500 mila precari e apprendisti. Il segretario della Fiom chiede pertanto l’estensione degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori dipendenti e la modifica della cassa integrazione [che dovrebbe garantire l’80 per cento della retribuzione]. Contro la detassazione degli straordinari Rinaldini propone quella della tredicesima, incontrando l’approvazione del segretario della Cgil Epifani – ospite del congresso – che rilancia la sostanziale unità, nel rispetto delle differenze, tra Fiom e Cgil.Quanto alle misure strutturali,Rinaldini rivendica la restituzione del fiscal drag, l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie e un’aliquota del 40 per cento sulle stock option.

 

 

10月19日

17 ottobre 2008: 500 mila in piazza

Alte le percentuali dell'astensione dal lavoro in tutti i settori produttivi In base alle prime stime sull'adesione allo sciopero generale di 24 ore indetto  da CUB Confederazione Cobas, e SdL Intercategoriale, oltre due milioni di lavoratori del settore pubblico e privato hanno incrociato le braccia e ben 500mila sono scesi in piazza a Roma per il corteo nazionale, snodatosi da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni.

Per quanto riguarda il trasporto pubblico locale, alla Trambus di Roma si è registrato il 45% di astensione dal lavoro; alla CGT di Torino il 75%; a Bologna fra il 75 e il 77%; a Venezia centro l'80% extraurbano 40%; a Treviso il 40%). Forti i disagi anche nei settori Aereo, Ferroviario e Marittimo.

La manifestazione nazionale di Roma, immensa nonostante la pioggia continua, ha visto una significativa partecipazione dal settore della Scuola, del Pubblico Impiego, dei Trasporti, del precariato, ma anche dei giovani sfruttati dei centri commerciali, dei movimenti giovanili (studenti medi e universitari, centri sociali) e dei movimenti per i diritti sociali (casa, ambiente, immigrazione).

Alle ore 14, mentre a San Giovanni andavano concludendosi gli interventi dal palco, la coda del corteo, che era rimasta a lungo bloccata in Piazza della Repubblica per il grande flusso di manifestanti, è riuscita finalmente a confluire in piazza. Uno spezzone composto dal movimento studentesco ha deviato verso il Colosseo per andare a protestare sotto il Ministero della Pubblica Istruzione.

Tanti i genitori con i bimbi in carrozzina, a rivendicare un futuro con servizi pubblici garantiti e senza precarietà; i Vigili del Fuoco, che hanno portato una barella dove ad un manichino veniva succhiato il sangue dal Ministro Brunetta, mentre i precari della Sanità sono arrivati in piazza a bordo di un'ambulanza a sirene spiegate.

"Lo straordinario risultato di oggi dimostra che i lavoratori scelgono di non subire ma di essere protagonisti della propria lotta e che la nostra piattaforma è largamente condivisa", è stato il primo commento del Coordinatore nazionale CUB Pierpaolo Leonardi nel corso della manifestazione.

"Da questo sondaggio in carne e ossa il governo deve trarre la conclusione che è necessario aprire la relazione con una consistente parte della società italiana che non delega più la propria rappresentanza a Cgil Cisl Uil". Ha dichiarato Piero Bernocchi, Portavoce dei Cobas: "Nelle scuole delle principali città si è arrivati a punte di 60-70% di adesione allo sciopero, con la metà delle scuole chiuse, ma anche con ottimi risultati nel Pubblico Impiego, nei Trasporti e in molti settori privati". Ed ha aggiunto: "Tutta la scuola pubblica boccia la politica scolastica del governo, con il più grosso sciopero della scuola mai realizzato, a cui hanno partecipato anche iscritti di altri sindacati dimostrando che questo è il vero sciopero unitario".

Ha concluso Fabrizio Tomaselli, di SdL Intercategoriale: "Uno sciopero riuscito che dimostra l'estremo disagio dei lavoratori ma anche la loro voglia di lottare. Una manifestazione che ha gridato 500mila NO alle politiche del governo e del sindacato confederale. Da oggi SdL intercategoriale, CUB e Cobas hanno più responsabilità ma anche più forza".

 

10月17日

Fanculo !!!!!!!!!!!!!!!!

Gli operai di Suzzara non sanno ancora cosa sarà di loro,dato che non si è ancora riusciti a trovare un accordo nemmeno davanti al prefetto!!!!cmq seppur a singhiozzo la produzione è ripresa...
In questi giorni hanno cercato di essere ascoltati,mandando diverse mail e lettere a diversi esponenti politici di centro e centro-sinistra e a qualche media ma fino ad ora risposte zero!!!
Forse sono troppo impegnati per aiutare dei poveri operai .... fanculo !!!!!
10月14日

Continuano le lotte dei lavoratori si Suzzara

Continua la lotta dei lavoratori dell'iveco di Suzzara ai quali si sono aggiunti anche lavoratori di altre ditte locali che anch'esse producono parti per l'iveco,di modo da poter bloccare del tutto la produzione.
 l'Iveco non si è mossa da un passo dalle sue decisioni anzi ,alla fine ieri si è venuto a scoprire che ad essere licenziati non saranno solo in 160 ma molti di più perchè c'è tanta gente ancora con il contratto a tempo determinato che l'anno prossimo scadrà, oltre a tutti quelli assunti con un contratto biennale di formazione. anche per questi l'azienda ha detto a chiare lettere che non può assicurargli niente quindi vedendo gli ultimi tristi esiti si può certo capire come andrà a finire...
 Ieri gli operai si sono rivoltati in piazza. Sono stati bloccati la linea ferroviaria che collega Modena a Verona,  gli ingressi della fabbrica, e  si è tentato di bloccare il casello autostradale più vicino a Suzzara e alcune strade principali di Suzzara.
Ieri un funzionario della Questura di Mantova e ha fatto filmare i manifestanti minacciandoli che sarà fatto il riconoscimento e saranno denunciati per interruzione di pubblico servizio.  
Le minacce non sono servite a dissuadere gli operai  che non si sono mossi anzi, ne sono arrivati altri!!!!
Bisogna però ricordare che il tutto si sta svolgendo in modo del tutto pacifico senza nè muovere un dito e senza nemmeno dire qualcosa contro all'azienda o contro qualche dirigente ma si gridando soltanto:
noi vogliamo lavorare e abbiamo fame!!!!!!!!
Il tentativo di isolare Suzzara da parte dei compagni e degli amici in lotta sono riusciti , oggi ,alle 11:30 il prefetto ha convocato sindacati e azienda per trovare una soluzione che vada bene a tutti.
I manifestanti tengono a precisare di nuovo che tutte le manifestazioni sono pacifiche tranne magari qualche automobilista,a mio avviso insensibile e stupido,che ha perso la pazienza ma grazie all'intervento delle forze dell'ordine non è successo niente.
Comunque le cifre diffuse dai giornali che parlano di max 200 persone sono assolutamente false questa mattina erano almeno 700/800!!!
Si è venuto inoltre a conoscenza che un deputato del PD On. Marco Carra eletto alla Camera in provincia di Mantova domani riferirà in Parlamento della situazione Iveco. Anche se ormai gli operai non si fidano più dei politici  e sindacati. Infatti alle iniazitive svolte oggi c'era la presenza di pochi sindacalisti; forse gli altri hanno ritenuto stare lontano per pararsi magari il culo con l'azienda.
 
Come al solito la politica arriva sempre troppo tardi !!!! e dimostrano di non aver imparato nulla dal passato anzi....  e i sindacati???  sono troppo vicino alla politica e troppo lontano dai lavoratori  e a mio avviso se vanno avanti cosi ... di loro resterà ben poco.
 Invece i lavoratori hanno dato una chiara dimostrazione di come si possa condurre una lotta per il bene comune e come stando uniti si possa far sentire la voce dei lavoratori nonostante qualcuno li voglia zittire con ogni mezzo .....
Spero in una soluzione valida per tutti !!!
Forza ragazzi continuate cosi ,io farò sentire per quel che posso la vostra voce !!!
 
 





 
10月12日

La produzione non si ferma nemmeno se stai morendo!!!

Nella giornata di martedì 29luglio 2008 a seguito di un malore che ha interessato una lavoratrice della PLASTAL di Suzzara, è stato chiesto l'intervento dei mezzi di pronto soccorso.
Quando gli addetti sono giunti sul posto di lavoro, la RSU ha chiesto alla Direzione Aziendale di arrestare la produzione il tempo necessario a consentire ai sanitari di eseguire in modo rapido e sicuro il loro lavoro.
La Direzione Aziendale non ha acconsentito alla fermata e le operazioni di pronto soccorso sono state eseguite dai sanitari in condizioni non ottimali.
La RSU ritiene il comportamento dell'azienda inspiegabile se non nella solita e unica logica della produzione che deve essere eseguita a tutti i costi.
La RSU ribadisce che la richiesta aveva il solo scopo di favorire le operazioni di pronto soccorso e che non intendeva assolutamente arrecare danno all'azienda e tanto meno alla produzione ma riteneva e ritiene che di fronte a una situazione di emergenza bisognava avere la sensibilità di capire quali erano le priorità.
 
Nonostante la persona in questione ha cercato di farsi del male ingerendo un'intera confezione di Valium non la si poteva mica lasciare morire sul posto di lavoro.
L'azienda doveva capire che quello è stato un gesto disperato di una mamma separata con 2 figli sulle spalle,un affitto e tutte le spese varie da pagare!dato che le era stato da poco comunicato che il suo contratto  di lavoro non sarebbe stato rinnovato !!!
Volevano forse punire la persona solo perchè il male se l'era fatto da sè !!!!!!!
Questo atteggiamento la dice lunga sul clima che c'è all'interno di alcune fabbriche che sono,come nel caso della azienda in questione , delle multinazionali o realtà industriali molto forti  che godono di molti vantaggi ed agevolazioni rispetto ad alte realtà industriali ben più modeste e che perciò si sentono in diritto di fare quello che vogliono!!!
A questa donna non può che andare tutta la mia solidarietà e il mio incitamento a non mollare e dalle esperienze negative e dai problemi della vita trovare sempre lo spunto per migliorare ed andare avanti..... con la consapevolezza che ogni ostacolo ci renderà più forti...
 
 
 
 
 
 
10月3日

Difendere e rilanciare il contratto nazionale di lavoro

 

DIFENDERE E RILANCIARE

IL CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO


Nel suo discorso di investitura il nuovo presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha esposto le richieste del padronato italiano per la prossima fase: i profitti devono continuare a crescere a discapito dei salari, l’età pensionabile va ulteriormente innalzata, la spesa sociale va tagliata, il contratto nazionale di lavoro va “riformato”.


Il governo Berlusconi ha risposto prontamente varando il DPEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria) per i prossimi tre anni: una manovra da 35 miliardi che prevede un ulteriore sviluppo delle privatizzazioni e tagli a trasporto pubblico locale, scuola, sanità pubblica.

Nella scuola si annuncia il taglio di 100.000 insegnanti e nella sanità la reintroduzione del ticket sulla specialistica. Da parte loro i ministri del lavoro europei, tra cui quello italiano Sacconi, hanno annunciato la volontà di portare l’orario massimo di lavoro fino a 65 ore settimanali.


NEL FRATTEMPO IL18 GIUGNO È INIZIATO ILCONFRONTO SULLA“RIFORMA”

DEL CCNL TRA CONFINDUSTRIA E LE BUROCRAZIE SINDACALI CGIL, CISL E UIL


L’obiettivo fondamentale che il padronato vuole raggiungere con la “riforma” del CCNL è quello di realizzare il controllo totale sulla forza lavoro, frantumare la solidarietà di classe, dividere e indebolire i lavoratori per costringerli a contrattare individualmente il loro salario.


L'obiettivo è quello di subordinare sempre più strettamente il salario al profitto delle imprese: “salario in cambio di produttività” dicono i padroni, ma Italia il tasso di produttività è già altissimo mentre il salario è bassissimo. Infatti i dati pubblicati recentemente dall’OCSE (i 30 paesi industrialmente più sviluppati) dimostrano chiaramente che in Italia il numero di ore lavorate è tra i più alti dell’area OCSE, ma i salari sono tra i più bassi (circa 6000 dollari all’anno in meno della media).

Le affermazioni del padronato sono solo chiacchiere per spillare ancora più sudore e per riempirsi sempre di più le tasche.


Mettere in discussione il CCNL significa, per cominciare, abbandonare a sé stessi i lavoratori delle imprese piccole e medie (e anche di tante imprese più grandi) che non hanno la contrattazione di secondo livello (in Italia solo il 20% dei lavoratori ce l’ha) o non hanno la forza di realizzare accordi accettabili (e oggi che è sempre più difficile strappare accordi decenti il CCNL rappresenta un minimo di tutela per il salario e i diritti).

Significa dare il via libera alle “gabbie salariali”cioè al fatto che due operai che fanno lo stesso lavoro in due posti diversi hanno due salari e due “diritti” diversi.


E quando si sarà consumata definitivamente la rottura della solidarietà tra lavoratori (italiani contro immigrati, vecchi contro giovani, sud contro nord, privato contro pubblico, garantiti contro precari…) chi avrà vinto? Ogni lavoratore sarà solo. Solo e debole di fronte al singolo padrone e alle associazioni dei padroni e allora la sua ulteriore costrizione al lavoro coatto sarà inevitabile. Così come sarà inevitabile la schiavizzazione dei propri figli. E che razza di uomo è quell’uomo che non lotta e preferisce fare la “cicala” con i diritti e la dignità dei propri figli?


Invece di opporsi a questa situazione il 12 maggio scorso i vertici CGIL-CISL-UIL hanno approvato un documento nel quale si dà il via libera alla revisione dei già pessimi accordi del luglio 1993 con un accordo per la “riforma del modello della contrattazione” che ridurrà il contratto nazionale di lavoro a pura formalità spostando tutto il peso della contrattazione sul secondo livello (decentrato), ovviamente per chi ce l’ha.


Cosa riceverebbe il sindacato, in cambio della propria disponibilità ad andare incontro alle richieste del padronato? Una riforma della rappresentanza nei luoghi di lavoro che legherebbe ancora di più i delegati alle segreterie e impedirebbe loro di assumere posizioni diverse da quelle dei vertici, anche se approvate dai lavoratori. Un’ulteriore riduzione della già pochissima democrazia che c’è nei luoghi di lavoro.


20 ANNI DI ATTACCO ALSALARIO E AI DIRITTI DEI LAVORATORI


Sono oltre 20 anni che i lavoratori sono sotto attacco: prima la riduzione di 4 punti l'indennità di contingenza, la Scala Mobile, per mano dell'attuale ministro Renato Brunetta, allora socialista (1984), poi l’abolizione della “scala mobile”(governo Amato 1992), poi gli accordi sulla flessibilità (Ciampi 1993), poi la controriforma delle pensioni (Dini) nel 1995, poi il pacchetto Treu (Prodi 1997), poi l’attacco al diritto di sciopero (D’Alema 1999), poi la legge 30 (Berlusconi 2002), poi lo scippo del TFR verso i fallimentari fondi pensione integrativi attraverso la truffa del silenzio-assenso (Berlusconi 2006 - Prodi 2007), poi i protocolli sul welfare per aumentare l’età pensionabile e allungare la precarietà (Prodi 2007). Ora l’attacco frontale al CCNL.


Tutti questi passaggi sono stati “concertati”dai padroni, dai vari governi e dalle burocrazie CGIL- CISL-UIL spesso con l’appoggio di tutti i partiti, di destra come di “sinistra” (compresi quelli della sedicente “sinistra radicale”). E’ sempre più chiaro che nei parlamenti e nelle segreterie sindacali i lavoratori non hanno amici.


Con l'indebolimento del Contratto Nazionale ogni anno una percentuale sempre più alta della ricchezza prodotta è stata tolta ai salari dei lavoratori e regalata ai profitti dei padroni.

Nel 1983 il 77% della ricchezza prodotta (il PIL) andava ai salari e il 23%ai profitti, nel 2005ai salari va meno del 69%mentre ai profitti oltre il 31%. L'8%del PIL in più ai profitti rispetto a vent'anni fa. Una cifra pari a 120 miliardi di euro. Che significa 5 mila 200 euro del salario di ogni lavoratore. E questo ogni anno, tutti gli anni.


Ma questo furto continuo non sazia la fame degli industriali e dei pescecani della finanza, che dopo aver derubato i lavoratori del TFR e delle pensioni, ora vogliono ridurre ulteriormente i salari, e con questo obiettivo tentano ogni giorno di aizzare i lavoratori contro i loro fratelli di classe immigrati per distoglierli dai loro veri nemici: padroni, sindacati di regime, partiti-casta. Ai padroni che vogliono dividere per meglio comandare va risposto con forza che tra i lavoratori non ci sono stranieri e che l'unico straniero è il capitalismo.


DIFENDERE E RILANCIARE ILCONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO


Sulla difesa del CCNL sono in gioco il salario e i diritti per i prossimi venti anni.

Tutto è nelle mani dei lavoratori. Dissentire non basta, è necessario mobilitarsi, informare tutti e tutte, prendere la parola nelle assemblee, contestare i sindacati venduti (come hanno fatto i lavoratori di Mirafiori, di Melfi, di Arese, di Pomigliano), costruire assieme la campagna per la difesa e il rilancio del Contratto Nazionale di Lavoro, costruire comitati di lotta unitari e indipendenti dei lavoratori nei posti di lavoro e nel territorio, per fare della difesa del CCNL una questione sociale, per una nuova stagione di lotte salariali e sociali.


Il Pane e le Rose foglio di collegamento tra i lavoratori

email: pane-rose@tiscali.it - tel.    380 3999961         /    339 3964862         - web: www.pane-rose.it


Redazione veneta di Primomaggio foglio per il collegamento tra lavoratori, precari e disoccupati

email: primomaggio.veneto@alice.it - tel. 348.2900511 – 340.4063172


ADERISCONO:


Assemblea dei Lavoratori autoconvocati

email: info@assemblealavoratori.it - web: http://www.assemblealavoratori.it


Delegati/e che si riconoscono nel movimento: per un “Coordinamento Nazionale delle RSU”

email: alma@coordinamentorsu.it - web: http://www.coordinamentorsu.it


Cobas sanità Venezia

9月27日

La verità sul TFR

 
9月20日

italia underground

 

di Francesca Pilla

da "Il Manifesto" del 2 settembre 2008

 

Avevamo tutte un grembiule nero da cui spuntavano solo pezzi di polpaccio e caviglie. Eravamo in fila, le suore dell'istituto San Giuseppe avevano uno sguardo che impietriva, ti spogliava e ti entrava dentro. Dissero alle altre di fare tre passi avanti, solo io restai al mio posto, le portarono in cerchio e poi dissero sprezzanti «suo padre è comunista». Ero solo una bambina, negli anni '50, a giorni ci sarebbero state le elezioni. Ebbi un senso di nausea, mi girava la testa, non capivo, ma aspettavo la campanella, contando sempre più veloce. Corsi a casa piangendo. Lui tornò a scuola portandomi per una mano, mi lasciò dietro una porta, potevo sentire le urla, senza comprendere bene quei discorsi, ma camminando verso casa mio padre si voltò verso di me e duro mi disse: non abbassare mai lo sguardo. Mi mise la mano sulla spalla senza parlare. Mi chiamo Consiglia Terracciano, ho più di sessant'anni e una vita di lotta, in fabbrica, nella mobilitazione per gli alloggi popolari ad Acerra, nei disoccupati organizzati, non ho mai più guardato le mie scarpe in uno scontro, e sono comunista. Lo devo a mio padre. Sono la prima di sette figli, chi si spaccava la schiena era solo lui, calzolaio. Troppo spesso le cose non andavano bene, le fabbriche a Sant'Antimo e a Casalnuovo davano lavoro e lo toglievano, senza dare conto a nessuno. Lui faceva i doppi turni e tornava la sera stremato.

In un basso ammezzato a via del Pendino, stretto, con poca luce, anche se sempre con il profumo di bucato, misto a quell'odore di sugo ribollito. Certe volte mi mancava l'aria, uscivo fuori e guardavo in alto, immaginando la vita degli altri attraverso le case, i balconi, le ringhiere in ferro battuto e le tapparelle sempre aperte. In una di queste ci abitava un avvocato, fascista, lo ricordo brutto e cupo, uno di quelli che quando lo incontri la pelle si rattrappisce. Quando arrivavano le elezioni era una guerra. Mio padre tappezzava la casa di manifesti rossi del Pci e lui sbuffava di rabbia, con lo sguardo obliquo. Una volta sua moglie bussò alla porta «Terracciano, potete togliere quei manifesti, quando mio marito li vede c' sbatt' 'o core ». Avevo dieci anni, sorpassai mia madre e mi aprii un varco a braccia larghe: «E allora ricit'ncell' che nun s'affacciass' 'o balcon' ». In casa avevamo una piccola radio, malandata, l'altoparlante distorceva i suoni, e io facevo lunghi respiri per non perdere una parola della Tribuna politica, anche perché poi dovevo spiegare tutto a mio padre. E la domenica ripetere parola per parola nella sede del partito.

Che emozione, mi mettevo in piedi su una sedia in quella stanza scura, senza pavimento e con un grammofono che alla fine delle riunioni suonava Bandiera Rossa. Erano frasi sui contadini e sugli operai, sulle disgrazie del nostro meridione, facevo la mia parte mentre i compagni si passavano l'unica copia dell'Unità disponibile. Poi tornavamo a casa, in silenzio e lui mi metteva una mano sulla spalla. A 16 anni entrai nella fabbrica dei fratelli Amodio, calzificio e tessitura a spugna. Dovevo dare una mano in famiglia. La fabbrica era una situazione di «privilegio» e io ero gonfia di orgoglio. «La fabbrica è bella», ci dicevamo tra le amiche. Ma la fabbrica è peggio della strada, a 16 anni ti spezza le ossa, ti fa capire il mondo, il capitalismo e il padrone. Lì se pieghi la testa non la rialzi più. Noi ragazze lavoravamo peggio dei neri, eravamo in 350. I capetti avevano il cronometro, se ti sgranchivi le dita facendole scrocchiare, se ti stiravi la schiena, ti distraevi o parlavi con una compagna, ti facevano la multa. Di contratto neanche a parlarne, e a fine mese quei quattro spiccioli te li mettevano in mano. Per risparmiare non compravano nemmeno una busta. Decidemmo di scioperare, era la fine degli anni '60. Mi misi a capo della protesta e al terzo giorno di serrata il padrone mandò il suo uomo: «Ti vuole fare il contratto, ma solo a te». Una risata forte e grassa partì dalla pancia e morì in gola. Gli misi un dito sul petto: «O tutta la maestranza o nessuna». Andarono da due operaie: «La Terracciano vuole bruciare la fabbrica, è questo quello che dovete dire». Mi licenziarono, il sindacato sbagliò apposta la causa, io finii in un'impresa di pulizia, le mie compagne ottennero il contratto. Mio marito era Michele Castaldo, un uomo tutto di un pezzo, un lavoratore, ma negli anni '70 se non «conoscevi» nessuno ti prendeva a faticare.

Ad Acerra era il deserto e a Pomigliano la Fiat era come un'isola, dove tutti volevano sbarcare. Per gente come noi non c'era possibilità e facevamo la fame. Poi nel 1974 arrivò la Montefibre, la fabbrica di poliesteri, noi non avevamo una cultura ambientalista, nessuno l'aveva, non sapevamo che avrebbero avvelenato le nostre terre, gli uomini e le donne, il bestiame, che i tumori ci avrebbero poi decimati. Allora era un'opportunità, la sola. Michele insieme a Francesco Vicino e Pietro Basso, entrarono per la costruzione dello stabilimento. Erano sicuri che una volta ultimati i lavori avrebbero avuto il posto. Era una trappola, gli operai dovevano arrivare da Casoria. «Questa cosa non la possono fare», mi disse una sera mentre sparecchiavo, tirandomi per la mano e facendomi sedere di forza. Ebbi un sussulto, sapevo che era solo l'inizio. Il giorno dopo formarono il primo nucleo dei disoccupati organizzati di Acerra, dopo poco erano quasi 400. Una lunga battaglia, ottennero la Cig e 15 anni di contributi Lsu. Da lì iniziò a fischiare il vento, l'unione con quelli dei banchi nuovi, e la mia nuova militanza. Nel '76 lavoravo solo io, avevamo 3 figli e nemmeno uno straccio di casa. Con la legge 409 costruirono nel nostro paese i primi alloggi popolari. Dei tuguri, ma facevano comodo. Ci presentammo alle 4 del mattino, in fila per fare richiesta, avevo mia figlia in braccio quando vidi arrivare i dipendenti comunali con delle facce nero pece. Ci dissero che le 270 abitazioni erano già assegnate. Clienti dei clienti, servi dei servi. Scoppiò una rivolta e noi mogli decidemmo di prenderci quello che ci apparteneva. Occupammo. Al grido di «casa e lavoro, la lotta è una sola». La repressione fu durissima, arresti e denunce. Ma non cedemmo, eravamo donne, unite e senza paura di perdere. La spuntammo. Mio marito mi lasciò e arrivò la sconfitta del movimento operaio. Il terremoto, la miseria, sola con tre bambini e dopo 4 anni anche disoccupata. Avevo pulito cessi e scale per dieci anni. E' il vento che fischia nelle orecchie e ti manda in tempesta il cuore. Una mattina mi guardai le mani, dure, spaccate, con venature nere.

Chiamai i compagni e le compagne, «riparto» dissi, ci devono dare un lavoro e delle case per quelli che non le hanno. Polvere e protesta, per tutti gli anni '90. Tavoli, incontri, un mare di formazione inutile per la mia gente, soldi buttati, denunce e carcere. Se hai bisogno veramente la lotta riesce, se hai da mangiare la paura ti fotte. In venti anni è stato trovato un lavoro a 42mila disoccupati e migliaia di alloggi popolari. Mi mancava l'aria quel 3 luglio del 2003. Mi svegliai di soprassalto mi guardai allo specchio: ero stanca, e mi avevano appena confermato la mia malattia. Presi fiato e dissi a me stessa, a quella donna un po' invecchiata e malandata, ma di cui potevo vedere la stessa fierezza di trent'anni prima: Consiglia hai le scarpe rotte e pur devi andare. Mi vennero a prendere poco dopo per portarmi a Pozzuoli, nel carcere femminile. Durante una manifestazione qualcuno aveva perso la testa e incendiato un pullman. Per quelli là, per lo stato io ero la mandante, alle cartelle cliniche non dettero nemmeno uno sguardo. «In cella, Consiglia, alla fine ci sono riusciti», mi dissi. Non sapevo se ridere o piangere. Ma fuori non mi avevano abbandonato, lo sapevo e uscii dopo una settimana. Era un avvertimento delle istituzioni, ma significava anche che stavamo andando dalla parte giusta. E infatti sono arrivati altri inserimenti al lavoro. Mi hanno anche condannato in primo grado a sei anni e mezzo per una autoriduzione e sto aspettando. Io non ho paura. E nemmeno la mia gente. Ci attende una nuova stagione per i posti della raccolta differenziata che non vogliono fare, per non dare lavoro. Vogliono solo bruciare la monnezza, guadagnare sulle spalle della povera gente. Non so fino a quando mi alzerò sulle mie gambe e non voglio fare pietà a nessuno, ma non sarà per molto. Immagino il mio funerale, una banda di musicisti che intona l'Internazionale, un fiore e una bandiera rossa, una festa, i compagni di sempre, Acerra che mi saluta. Consiglia Terracciano ha dato e avuto tanto. Vorrei solo che quel vento nelle mie orecchie fischiasse più forte per tutti.

9月3日

Voghera, cartiera in ferie con sorprese: Non riaprirà

«Licenziamento con riduzione di personale». E’ scritto proprio così nella “cartolina” estiva che Bruno Zago padre padrone della Cartiera di Voghera ha recapitato alla Cgil pochi giorni fa. Un’altra brutta storia di chiusura clandestina approfittando del fatto che i lavoratori sono in ferie, quindi. Una di quelle storie che l’Italietta sbruffona e leghista non si fa mai mancare. E Zago meno che mai. Lui è un imprenditore del Nord-Est, uno che bada alla concretezza, e ai giochini.

Poco prima di mandare tutti in ferie aveva sottoscritto un accordo per la riapertura il primo settembre. E invece non sarà così. Nel nostro paese rappresenta una specie di piccola potenza con le sue quindici cartiere sparse un po’ in tutta la penisola. Le cura una ad una volando tutto il giorno sul suo elicottero privato firmato da Versace. Un gioiellino di cui non fa mistero sul sito ufficiale della Progest, dal costo di circa 8 milioni.
Nella lunga missiva ai sindacati tra i motivi della decisione il paron mette un po’ di tutto: dalla «continua flessione del fatturato» alla «crisi del mercato della carta». Il nocciolo della questione è solo uno. Come spiegano i sindacati, non essendo stati fatti gli investimenti di cui la Cartiera di Voghera aveva bisogno al momento del passaggio di proprietà (2005), ora, con l’aumento dei costi dell’energia, l’impresa di trova un po’ troppo “corta” sul delicato capitolo della competitività.
Dal suo prestigioso elicottero, gli investimenti in realtà Zago li ha fatti piovere su un altro impianto nelle vicinanze di Trento (Villa Lagarina). E questo ha fatto un po’ arrabbiare i sindacati che invece avevano sottoscritto precisi impegni con l’azienda a potenziare e sviluppare il sito di Voghera. Lì l’energia è più a buon mercato e il “contesto” diverso da questo “Sud del Nord”, come viene definita la zona tra Voghera e Pavia dal punto di vista industriale.
Ora quaranta lavoratori, più l’indotto, si ritrovano con la sgradita sorpresa dei cancelli chiusi e un cartello che recita “non certo per ferie”. Un paradosso bello e buono, anche perché la centrale elettrica che il comune di Voghera aveva fatto impiantare poco lontano dal sito della Progest doveva servire ad aumentare l’occupazione del distretto e a soddisfare le necessità degli impianti industriali, tra cui la cartiera.
«La prima cosa che chiediamo è il ritiro delle procedure - sottolinea Giacomo De Lorentis, della segreteria Slc di Pavia - perché la fabbrica deve restare aperta per lo sviluppo dello stesso territorio dell’Oltrepo. E quindi l’impegno nostro è quello di coinvolgere le istituzioni perché organizzino un tavolo con sindacati e proprietà per farla recedere da questa scelta che è devastante».
C’è poco tempo a disposizione, appena due mesi e mezzo. Martedì ci sarà la prima assemblea dei lavoratori. Il Prc sostiene la lotta dei lavoratori.

Della vicenda è stata interessata la segreteria nazionale della Slc-Cgil.
«Nel territorio ci sono poche alternative - aggiunge De Lorentis. I lavoratori sono oltre i 45-50 anni e rischierebbero di rimanere intrappolati tra l’impossibilità delle procedure di prepensionamento e la difficile ricollocabilità. Nella zona ormai ci sono soltanto tanti centri commerciali e tanto pendolarismo verso Milano».
Zago nella lettera con la quale “si congeda” dai lavoratori è stato molto esplicito. «Il provvedimento di riduzione del personale non presenta pertanto alternative di fatto praticabili e, conseguentemente, considerate le caratteristiche di urgenza della situazione non è sostenibile procrastinare il provvedimento sopraindicato».

 

8月30日

Racconto di un ferroviere in pensione

Sono stato un ferroviere, lavoravo nel personale viaggiante col ruolo di capotreno.
Ho intravisto l'avvio del "nuovo corso" dalle Ferrovie dello Stato alle FS SpA: "privato è bello", si diceva, e intanto iniziava la decadenza.

Sono arrivati i nuovi manager alla Schimberni e alla Necci, che nulla sapevano di ferrovie, erano soltanto tagliatori di teste: scaricavano gli oneri previdenziali del pensionamento dei dipendenti sulla collettività. Dimezzato il personale, diminuite le manutenzioni e le pulizie, i conti quasi quadravano.

È arrivato poi il dott. Cimoli, che ha continuato a tagliare per poi abbandonare le Ferrovie con un'ottima buonuscita e con un'altra missione: "sanare" l'Alitalia, e tutti sappiamo com' è finita. Nonostante il fallimento, anche in questa occasione ha incassato una  buonuscita da capogiro.

Quando ancora ero un dipendente delle ferrovie, i ferrovieri avevano un forte senso di appartenenza, erano fortemente sindacalizzati, facevano il loro dovere. Anche allora vi erano le mele marce: succedeva talvolta che il delegato sindacale che trattava i turni di lavoro per i dipendenti, poi, "casualmente", facesse carriera e svolgesse la stessa funzione di prima, ma dalla parte dell'azienda.

Questi ovviamente, erano i peggiori nei confronti dei lavoratori: dovevano far dimenticare all'azienda il loro passato, così rinnegandolo. Anche l'ing. Mauro Moretti, è stato un sindacalista, già allora si diceva che amasse più i locomotori che i ferrovieri: anche lui è passato dall'altra parte, non a contrattare i turni, bensì a fare l'amministratore delegato. Anche lui deve far dimenticare i suoi trascorsi sindacali.

Gli attuali dirigenti delle FS sono rampanti imprenditori di una SpA, ma dimenticano spesso, che le azioni sono tutte di proprietà del ministero del Tesoro, sono cioè, di tutti noi; seguono pedissequamente il Brunetta pensiero, si comportano da autentici " Padroni delle ferrovie".

Era (ed è tuttora) punto di orgoglio dei ferrovieri, fare il proprio dovere, segnalare le anomalie, denunciare tutto ciò che potesse mettere in pericolo la sicurezza dell'esercizio.

Quando ancora erano Ferrovie dello Stato, la sicurezza veniva prima di tutto, e chi segnalava le carenze e le disfunzioni non veniva punito, ma anzi veniva elogiato e indicato come esempio.

I ferrovieri, non lavoravano in straordinario, se non in casi veramente eccezionali: più straordinario, era sinonimo di minor sicurezza dei lavoratori e degli utenti e minori assunzioni.

Il nuovo corso delle Fs SpA ha precarizzato il lavoro, ha incentivato gli straordinari, ha creato un clima autoritario: c'è il tentativo di limitare l'agibilità sindacale e di intimorire i lavoratori. L'attuale regime privatistico, con il denaro pubblico, ha portato al licenziamento di un sindacalista addetto alla sicurezza, che ha fatto il proprio dovere, e a quello di otto ferrovieri, che pur lavorando in straordinario ed essendo ancora presenti in azienda, hanno delegato uno di loro a timbrare per tutti.

Il messaggio è chiaro: i panni sporchi si lavano in famiglia, l'opinione pubblica non deve sapere, chi denuncia problemi di sicurezza, è contro l'azienda. I peccati veniali vengono puniti con il licenziamento: se questa logica fosse trasferita all'esterno delle FS, si potrebbe punire chi calpesta le aiuole con l'ergastolo. Con questa logica, i treni non saranno né più sicuri, né più moderni, né più puliti, ma l'attuale amministratore delegato, quando lascerà le ferrovie, percepirà anch'egli, come Cimoli, una favolosa buonuscita.

 

Minuetto

7月31日

Sicurezza sul lavoro. Lettera di un operaio metalmeccanico

Che fine ha fatto la classe operaia? Esiste ancora? E’ ancora disposta a lottare per i propri diritti? Queste domande me le sono poste più volte negli ultimi tempi, purtroppo le risposte che mi sono dato non sono molto esaltanti.
Lavoro in un’acciaieria dal ’99, sono attivo dal punto di vista sindacale, pur non essendo delegato, e vi posso assicurare che si fa una fatica enorme per compattare gli operai per una lotta comune.
Dovrebbe essere semplice, invece c’è chi ha paura di esporsi; chi teme ritorsioni; chi non si sente tutelato e rappresentato dai sindacati attuali; chi per ignoranza mostra più interesse alla bella macchina o alla griffe che a problemi riguardanti alla sua salute e alla sua sicurezza; chi pensa alla carriera mettendo spesso a repentaglio la propria incolumità e quella di chi gli lavora accanto, pur di aumentare la produzione e fare bella figura con i piani alti; chi è precario e quindi non ha voce in capitolo perché rischierebbe di diventare disoccupato.
Neanche i 7 morti nell'acciaieria della ThyssenKrupp a Torino hanno smobilitato le coscienze. Dopo un primo momento di sgomento, tutto è scivolato via silenziosamente, come se non potesse mai succedere nulla di simile nella nostra fabbrica.
L’azienda per cui lavoro invece si è mobilitata immediatamente.
Il caporeparto ha iniziato il giro delle squadre e durante l’attività lavorativa ha fatto una specie di corso antincendio di 5 minuti, pur non avendo titoli per farlo, pretendendo da parte del singolo lavoratore la firma che attestava l’avvenuto addestramento sull’uso, utilizzo, responsabilità e ubicazione degli estintori presenti in Azienda, senza informare tra l’altro i delegati Rls.
Loro si sanno tutelare, loro sanno fare i propri interessi. E la classe operaia che fa? Assiste inerme, permette al “padrone” qualsiasi sopruso e piange i propri morti.
Stiamo scomparendo in nome di un finto benessere; abbiamo perso di vista i valori, i principi, le idee; stiamo perdendo tutti i diritti che con fatica i nostri padri, i nostri nonni, hanno ottenuto attraverso anni di lotte. Stiamo polverizzando tutto e non ce ne stiamo accorgendo.
E i sindacati confederali cosa fanno?
Organizzano manifestazioni contro le morti bianche, rilasciano dichiarazioni ad effetto e poi firmano il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, nel quale si aumenta di altre 8 ore lo straordinario obbligatorio; si festeggia come una conquista 44 mesi di contratto precario; si prolunga a 30 mesi la prossima scadenza per il rinnovo, per non parlare poi dell’aspetto economico, recuperare il potere d’acquisto per l’operaio ormai è diventata un’utopia.
La sicurezza? L’ambiente?
Le solite poche righe scritte in politichese, che dicono tutto e non dicono niente. Scandaloso! Scandaloso! Scandaloso!
Sono fortemente indignato, irritato, ma non demotivato.
Questo scempio mi da la forza per cercare di far cambiare qualcosa, non smetterò di lottare, di urlare, di rivendicare i nostri diritti, sperando che questa goccia diventi presto un oceano.