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日志


11月28日

Studenti e operai uniti contro la crisi

Si è svolto ieri, giovedì 27 novembre, un volantinaggio alla fabbrica Lovato di Gorle organizzato dal Movimento studentesco e dal sindacato FIOM -Cgil contro la crisi economica e le scelte del governo in materia di economia.

"Un volantinaggio degli studenti nelle frabbriche non si vedeva da trent'anni - spiega Alfredo Di Sirio, del Movimento studentesco -. La situazione economica di questo periodo riguarda tutti gli strati sociali della popolazione e bisogna aiutare le fascie più deboli della popolazione, non il "popolo delle partite IVA", come titolava oggi il quotidiano Libero.

E' ora che lavoratori e studenti si uniscano per creare un fronte comune contro i provvedimenti finanziari voluti da Berlusconi, tesi a favorire in primo luogo chi ha causato la crisi e non chi ne è colpito maggiormente.

Per questo il Movimento studentesco aderisce allo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 12 dicembre, data in cui anche a Bergamo si scenderà in piazza per dire no a tutto questo".

Gli studenti organizzeranno un proprio corteo che confluirà poi insieme agli altri due previsti.
Un'iniziativa analoga a quella odierna si è tenuto oggi, venerdì 28 novembre, presso la fabbrica Abb SACE di Dalmine, in via Friuli.

Le prese per il culo del governo Berlusconi

Il provvedimento anticrisi varato dal Consiglio dei ministri contiene misure insufficienti. Inadeguate a fronteggiare la grave crisi in corso. In particolare colpisce la totale assenza di politiche di sostegno economico o fiscale per gli operai del settore industriale che da nord a sud non passeranno di certo un buon Natale.

Le misure previste(le mitiche social card da 40 euri al mese!!!) sono per lo più una presa per il culo e a poco serviranno per il rilancio economico del Paese.

Il governo se ne infischia ancora una volta degli operai e poi al nord che fine a fatto la lega? Che fine hanno fatto i suoi impegni con gli elettori del Nord, con gli operai che hanno scelto di votarla?
Ma all'abbandono è costretto purtroppo e sopratutto anche il sud italia, poiché dopo averlo privato di quasi tutte le risorse per gli investimenti ci son stati i provvedimenti contro i precari che, in parte considerevole, risiedono e lavorano proprio al Sud.

A prosciugare le tasche dei dipendenti del pubblico impiego già ci aveva pensato Brunetta nelle settimane passate.

11月23日

Conferenza sulla crisi finanziaria al C.S.A. Barattolo di Pavia

Il 20 novembre si è svolta apresso il C.S.A. Barattolo di Pavia, una conferenza sulla crisi finanziaria in cui sono intervenuti come relatori
Stefano Lucarelli (ricercatore di economia presso l 'università di Bergamo) e Andrea Di Stefano (direttore della rivista valori).

L'intervento di Lucarelli, partendo dalla definizione del processo di "finanziarizzazione" dell'economia, ha spiegato la logica che ha guidato l'evoluzione dei mercati finanziari a partire dalla fine degli anni settanta, contraddistinti dalla crisi del fordismo. Analizzando il legame che si è venuto a creare tra economia reale e finanza (oggi vero motore del processo di accumulazione) Lucarelli ha sottolineato come l'attuale crisi rappresenti l'esito fisiologico di questo processo.

L'intervento di Di Stefano ha fornito una ricostruzione di come la crisi sia nata e si sia diffusa: il ricorso crescente all'indebitamento da parte soprattutto delle famiglie statunitensi, necessario per sostenere il consumo (e quindi la crescita economica), in un contesto in cui i salari si comprimono sempre più, ha "drogato" la crescita statunitense degli ultimi 2 decenni ponendo le basi della crisi. Di Stefano ha poi analizzato le conseguenze sottolineando la necessità, al fine di superare la crisi, di operare una profonda redistribuzione della ricchezza dai profitti ai salari.

Dopo gli interventi dei relatori si è lasciato spazio alle riflessioni e alle domande dei partecipanti.
 
Al seguente link trovate la registrazione della conferenza
11月12日

Milano studenti chiedono treni per andare a Roma a manifestare

Se proveranno a fermare l'onda saranno travolti": recitavano questo slogan gli striscioni appesi stamani in stazione centrale in occasione dell'assemblea dei collettivi per organizzare la partenza di giovedì per la manifestazione a Roma venerdì.
200 ragazzi hanno occupato lo spazio davanti alla scalinata della stazionee hanno tenuto un'assemblea in cui chiedevano una  prezzo politico per le loro tasche "precarie" per raggiungere la capitale in treno. E' stato anche chiesto un treno speciale. E minacciano blocchi se non potranno partire, come recita un altro striscione 
"Se bloccheremo i binari per conquistarci i treni i viaggiatori dovranno prendersela con il governo e con Trenitalia che tentano di impedire all'onda di manifestare"
Appuntamento giovedì alle 15 (attenzione ai viaggiatori per eventuali disagi). Dopo l'assemblea i ragazzi hanno sfilato in un corteo improvvisato per le vie della zona passando a fianco del Pirellone fino a raggiungere la stazione di Porta Garibaldi (inutile dirlo, presidiatissima).
I manifestanti hanno incontrato una delegazione di Trenitalia che ha assicurato che riferirà le loro rischieste ai vertici. L'assemblea è stata sciolta subito dopo e tutti sono rientrati nelle facoltà per pianificare i prossimi movimenti.
Il caso vuole che ero proprio li alla stazione di Porta Garibaldi e avevo appena finito di pranzare e ovviamente ho subito chiesto a qualcuno dei ragazzi il motivo della loro protesta . Mi hanno spiegato che in effetti  avevano incontrato un delegato di Trenitalia ma a quanto pare non aveva dato l'idea di essere molto daccrodo sulla loro richiesta.... 
Spero che la situazione si risolva nella migliore dei modi e che Trenitalia che solitamente mette a disposizione i suoi treni per i tifosi di calcio ,accontenti questi ragazzi che sicuramente (per quanto il calcio sia un bellissimo sport) chiedono un servizio speciale per un fine decisamente più importante!!!
11月9日

Gli inganni del mercato

 

Possiamo immaginare la profonda perplessità che a causa della crisi dei mercati mondiali si è abbattuta sugli ideologi del neoliberismo e dello Stato minimo e sui venditori delle illusioni del mercato. La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e lo smantellamento dell’Unione sovietica provocò l’euforia del capitalismo. Reagan e la Thatcher, senza il con-trappeso socialista, approfittarono dell’occasione per radicare i «valori» del capitalismo, specialmente l’eccellenza del mercato che tutto avrebbe risolto. Per favorire ciò, iniziarono a screditare lo Stato come pessimo amministratore e a diffamare la politica come mondo della corruzione. Naturalmente c’erano e ancora ci sono problemi in queste istanze, ma non possiamo fare a meno dello Stato e della politica se non vogliamo retrocedere alla barbarie completa.
Chi viene, come tanti, dalla lotta a favore dei diritti umani, soprattutto delle persone più vulnerabili, si è reso conto subito che il principale responsabile della violazione di questi diritti era ora lo Stato mercantile e neoliberista, poiché i diritti sempre più vulnerabili sono stati trasformati in necessità umane da soddisfare all’interno del mercato. Ha diritti solo chi può pagare ed è consumatore. Non è più lo Stato che garantisce i diritti essenziali per la vita. Poiché la grande maggioranza della popolazione non partecipa al mercato, i suoi diritti vengono negati.
Possiamo e dobbiamo discutere lo statuto dello Stato-nazione. Ormai si notano sempre più i limiti degli Stati, mentre cresce l’urgenza di un centro di regolazione politica che risponda alle domande collettive dell’umanità in termini di alimenti, acqua, salute, abitazione e sicurezza. Ma mentre lavoriamo alla nascita di questo organismo, spetta allo Stato portare avanti la gestione del bene comune, imporre limiti alla voracità delle multinazionali e realizzare un progetto nazionale.
La crisi economica attuale ha smascherato la falsità delle tesi neoliberiste e della lotta allo Stato.
La lezione è chiara: lasciata in balìa del mercato e della voracità del sistema finanziario speculativo, la crisi si sarebbe trasformata in una tragedia planetaria, mettendo in pericolo il sistema economico mondiale. Logicamente le vittime sarebbero quelle di sempre: i cosiddetti zero economici, gli impoveriti e gli esclusi. È stato il disprezzatissimo Stato a dover intervenire per evitare il peggio all’ultimo minuto. Sono fatti che ci invitano a revisioni profonde o che, perlomeno, invitano alcuni ad essere meno arroganti.

  • Questo articolo, scritto da uno dei promotori del movimento della Teologia della liberazione, è stato tradotto e diffuso in Italia dal settimanale Adista
11月8日

Gli studenti ci riprovano con gli operai

Articolo preso in prestito da la Stampa.
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Abbiamo appena strappato un fondo sanitario integrativo. Io sono delegato sindacale: voglio leggere le carte, voglio capire, per poi spiegarlo per bene agli altri. Ma sono un operaio. Non ho studiato, ci vorrebbe un aiuto». Gianni Iannetti, 43 anni, delegato sindacale; il «consulente» si chiama Enrico e studia Medicina all’Università. Si parla di sanità. Gianni chiede; Enrico si prende un attimo e risponde.

No, non sembra davvero il ’68, la lotta studentesca che si salda al movimento operaio in nome di un’ideologia. Questo gruppo che si raduna sotto la pioggia somiglia più all’incontro di grumi di malessere, dove il comune denominatore si porta appresso parole come crisi, recessione, tagli, incertezza.

Studenti e operai si incrociano alle due di un pomeriggio scuro, porta venti di Mirafiori. Torino, Fiat Powertrain: gli operai del primo turno escono, dentro quelli del secondo. Li aspettano una ventina di universitari e un volantino. Prove tecniche di saldatura.

Oggi si replica: alla controinaugurazione dell’anno accademico del Politecnico partecipano delegati sindacali, operai di aziende in crisi. Si parla del futuro dell’Università che arranca, e del presente di migliaia di lavoratori, che si chiama cassa integrazione, mobilità, aziende in crisi. «Non vogliamo pagare la loro crisi»: il titolo del volantino è una dichiarazione d’intenti. «Noi universitari non ci stiamo: non si può penalizzare l’istruzione in un momento così drammatico, là dove si dovrebbe invece investire in sapere e conoscenza», attacca Paola, studentessa a Scienze Politiche. Gianni Iannetti approva: «Nemmeno noi operai la vogliamo pagare. Arrivare alla fine del mese è sempre più dura, sono anni che sulle nostre spalle pesa il carovita».

Non è il sodalizio degli «ultimi», ma poco ci manca. Certo è che studenti e operai si sentono così. E allora provano a compattarsi per superare insieme l’ostacolo. Funziona? Sì e no. Giuseppe Acciardi esce quasi di corsa. Afferra il volantino ma non si ferma. «Qui abbiamo tutti qualche problema: noi, questi ragazzi. Ma non li risolviamo mischiandoli. Ognuno fa storia a sé». Paola, studente, scuote la testa. «La precarietà sui luoghi di lavoro, le aziende in crisi, il precariato tra i giovani riguardano tutti. Oggi tocca voi, ma domani ci saremo noi al vostro posto. Ecco perché questa lotta è di tutti».

Chi si ferma racconta di un movimento che sta lievitando. «In fabbrica si comincia a parlare di scuola, non succedeva da anni», dice Giovanni Aloisio. «Alcuni colleghi raccontano dei loro figli, delle occupazioni e di una preoccupazione che dai ragazzi è strisciata fino ai genitori». La scuola in fabbrica e la fabbrica a scuola. Il timore per un presente da lavoratori e da padri; l’ignoto che afferra i figli che un domani saranno lavoratori, ma oggi guardano impauriti la loro università, sperano che i genitori non perdano il lavoro e possano ancora pagare gli studi. Qui, a Mirafiori, padri e figli si ritrovano. Un patto tra generazioni. Non durerà un pomeriggio, giurano. Si comincia ora, si prosegue insieme.

«È andata bene», dicono alla fine, quando il via vai ai cancelli s’interrompe. «Torneremo. Insieme», assicura l’operaio Gianni. Ma l’universitario Ivano non sembra convinto. «Non siamo riusciti a rompere il muro. Siamo ancora noi e voi, mondi distinti». Si vede che hanno paura di non essere capiti a fondo. Sentono, o temono, un’innata diffidenza. «Lavorano dalle sei del mattino, magari pensano che noi ci siamo svegliati a mezzogiorno per venire qui a distribuire un volantino», insiste Ivano. «Forse ci considerano privilegiati».
Alla fine sono gli operai a guidare, e pilotare, la saldatura tra i due mondi. «La prossima volta ci sarà un manifesto comune. E al prossimo sciopero generale, a Roma o a Torino, andremo sotto le stesse insegne».
11月1日

Cariche davanti al San Giacomo di Roma

 

 

Rete cittadina per il diritto all’abitare

Verso le 12,30 del 31 ottobre, i carabinieri hanno caricato i manifestanti all’ingresso dell’ospedale san Giacomo. Una persona è stata fermata. Al momento le forze dell’ordine hanno bloccato via ripetta.

Pubblichiamo di seguito il comunicato della Rete cittadina per il diritto all’abitare.

Secondo le indiscrezioni, si sarebbero fatti avanti Francesco Gaetano Caltagirone, palazzinaro ed editore del Messaggero, la famiglia Angelucci del gruppo Tosinvest che opera nella sanità privata, vari editori di quotidiani e ultimamente si sono mossi anche fondi finanziari esteri.

È chiaro che l’ubicazione del complesso ospedaliero e la volontà di chiuderlo da parte del governo e della Regione hanno stimolato appetiti e forti interessi speculativi. Qui è in ballo un’idea di città dove sono spariti da tempo gli interventi pubblici e hanno prevalso quelli privati.
Ormai nulla si fa più, da un parcheggio a un parco a una piazza, senza denaro privato. O peggio, si sgomberano le esperienze sociali e culturali che hanno sottratto immobili abbandonati alla speculazione e alla rendita, come l’Horus di piazza Sempione.

Questa modalità ha di fatto ridisegnato la città considerandola una merce di scambio, magari per ottenere oneri accessori o altro. Ancora una volta i padroni della città allungano le mani sui beni comuni della capitale. Siano essi spazi verdi, agricoli, destinati a servizi, demaniali o di utilità pubblica come il San Giacomo e lo fanno con il consenso più o meno esplicito delle amministrazioni. Per questo la rete cittadina per il diritto all’abitare ha deciso di intervenire sulla questione.

Iniziamo da oggi una «custodia» sociale del bene pubblico San Giacomo per sottrarlo ad eventuali fini speculativi. Insieme ai lavoratori, ai degenti e alle loro famiglie, alle associazioni che sono impegnate nella vertenza, vogliamo impedire la dismissione dello stabile e sostenere un processo partecipato che ne definisca lo scopo pubblico finale.

La città manda un segnale forte e chiaro al presidente Marrazzo e al sindaco Alemanno: Roma non si disegna senza il consenso dei cittadini e dei movimenti. Si faccia attenzione quando si utilizzano termini come dismissione, deroga, variante, ecc., noi siamo qui ben decisi a dire la nostra!

NO ALLA CITTA’ MERCE
PER L’USO PUBBLICO DEL SAN GIACOMO

10月31日

Fratelli d'Italia

Le dichiarazioni del Governo sugli scontri di  piazza Navona sono la conferma sul clima da regime che abbiamo e che dovremo subire ancora per un bel pò di tempo,dare la colpa ai ragazzi di sinistra sempre e comunque è diventato ormai un vizio. Stavolta però ci sono, filmati che documentano inequivocabilmente quello che e' successo, ossia la vera e propria aggressione da parte di Blocco Studentesco con tanto di caschi, mazze da baseball tricolori e spranghe nei confronti degli studenti inermi che manifestavano pacificamente. Si vede addirittura un furgoncino dal quale gli aderenti di blocco studentesco prendevano i bastoni per la loro aggressione. E sopratutto c'era un bel pò di gente comune li attorno che ha visto con i propri occhi  di cosa "i fratelli d'Italia" son capaci e come non abbiano capito una minchia  ancora una volta ..... e ancora una volta hanno fatto un piacere a chi da anni li usa e li prende in giro ...
che tristezza.
 
 
10月27日

Ne parlavano già nel 1950!!!!

(prendo in prestito dal sito di una delle facoltà de "La Sapienza",
convinta di non offendere nessuno)

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso in difesa
della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950
da: "Scuola democratica", 20 marzo 1950.
“Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al
potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole
rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol
fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i
manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata  dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le
scuole di Stato in scuole di partito?
Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.
C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto
il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra
strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a
trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia
che si anemizzino e comincia a favorire le scuole  private. Non tutte
le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora
tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di
denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad
andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle
di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone
di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro
figlioli invece che alle scuole pubblichealle scuole private. A
"quelle" scuole private.
Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.
Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di
Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare
la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo
convegno questo è il punto che bisogna discutere.
Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si
fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato.
Lasciare che vadano in  malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i
loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole
private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino
insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli
esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo
è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”
 
http://w3.uniroma1.it/studiorientali/varia/2008-9/Calamandrei%20sulla%20scuola.htm

 
10月26日

Le mezze verità sulle università.....

«Se ci sono atenei che non sono in grado di pagare lo stipendio il mese prossimo, questo non ha nulla a che fare con i ministri Gelmini e Tremonti, ma col fatto che per quindici anni alcuni rettori hanno sperperato, pensando che qualcuno poi tappasse i buchi». E' la posizione controcorrente, in questi giorni di proteste generali e generalistiche, del rettore dell'Università di Trento, Davide Bassi. Il rettore ieri ha prodotto, insieme con i colleghi dell'Associazione per la Qualità delle università italiane statali (Aquis), un documento da presentare al Governo: si chiedono interventi mirati e non tagli "a pioggia". «Noi non abbiamo sperperato- ha proseguito il rettore - e per non farlo abbiamo dovuto dire molti no, anche di fronte a richieste che hanno una loro logica, ma che non sono sostenibili: allora non si può trattare tutti allo stesso modo. Si deve andare, pro futuro, a patti personalizzati ateneo per ateneo. I sacrifici li facciano coloro che hanno sperperato le risorse e non quelli che fino adesso si sono dati da fare per utilizzarle al meglio».  
Il rettore non crede alla soluzione delle manifestazioni: «Noi», dice a Libero-news, «siamo servitori dello Stato, abbiamo un ruolo istituzionale, bloccare le lezioni è uno spreco di risorse e un danno inutile per gli studenti. La situazione è complicata, ma manifestare non ha senso.

 Davide Bassi potrebbe aver ragione quando dice di differenziare chi effettivamente si è adoperato nel miglior modo possibile  a gestire al meglio le proprie  risorse ,peccato che queste cose i vari comitati studentesci le dicono da anni,ma come al solito,siccome nessuno li ascolta ,per forza devono andare in piazza !!!!non penso che agli studenti piaccia perdere giorni di lezione,visto cosa pagano e considerato che rischiano di prendersi anche qualche manganellata !!!ciò che  suscita timori è,oltre la stretta delle assunzioni, sopratuttto il voler trasformare gli atenei in fondazioni di diritto privato ciò che hanno in mente tremonti e comapari è atroce. E’ l’esecutore, su mandato del suo datore di lavoro, di un progetto che risale ai tempi della P2 di Gelli, che prevede, accanto allo smantellamento della giustizia (cosa che sta avvenendo), lo smantellamento dell’università pubblica. L’obiettivo è, detto in poche parole, riportare tutta o pressoché tutta l’istruzione inferiore sotto l’egida della chiesa, e quella superiore nelle università private. Ciò permetterà la totale rifondazione della futura classe dirigente, che, per ragioni di casta e di censo, non potrà non provenire dall’alta borghesia. Gli sfigati, i proletari, i poveri, insomma, potranno, per ragioni economiche, frequentare soltanto le poche università pubbliche che decideranno (chissà per quale motivo, visto che saranno tagliati quasi tutti i finanziamenti) di non diventare fondazioni. Ma troveranno, ovviamente, strutture fatiscenti, personale docente demotivato e sottopagato, e resteranno senza alcuna speranza di poter contare su un’istruzione adeguata.
E’ tremendo quello che sta accadendo. Del resto con la riconquista dei pieni poteri da parte del nano ridens c’era da aspettarselo. La cultura, l’intelligenza, il senso critico sono i nemici che lui da 25 anni ha sempre combattuto con la sua dittatura mediatica.

Il diritto allo studio e al sapere devono essere alla portata di chiunque voglia poterne accedere,diffidare quindi da coloro che mentono sapendo di mentire e pensano solo a salvarsi culo e poltrona!!!!!!!!!!!

 

le

 

10月10日

Karl Marx vive!!!!!

La crisi ha colpito l'economia reale.L'Islanda rischia la bancarotta,si teme la recessione e tornano in mente le previsioni di Marx.
Anche il sistema economico britannico e scozzese tremano..
150 anni fa Karl Marx aveva previsto uno scenario simile,cioè che il sistema di produzione capitalistico crollasse a causa dell'eccessiva concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi capitalisti canaglie,che toglievano risorse monetarie dall'economia nazionale.
Un ascesa,quella delle banche, alimentata non dal plusvalore ma dal debito !!!!
i motivi dell'indebitamento sono causati dal fatto che sono stati falsati nei bilanci i rapporti tra il dare e avere..
Questo fa si che tutte le banche del mondo,comprese quelle italiane possano fallire!!!
Io onestamente non ne sono contento,avrei preferito che Marx si fosse sbagliato ,ma non posso negare che mi sono fatto delle grasse risate,quando ho sentito il ministro Tremonti dire che la crisi del capitalismo era colpa della globalizzazione,del libero mercato e del credito facile e che da oggi servono regole nel mercato finaziario che tutti devono rispettare. Ma queste cose sono anni  che i miei amici e compagni no-global lo gridano ai tre venti in ogni parte del mondo!!! Come al solito la gente troppo impegnata a difendere non si sa che cosa, non si accorge che quel folto gruppo di giovani malvestiti e magari un pò incazzati (come me) perchè nessuno li ascolta ,predicano la verità più vera che abbiano mai sentito!!!!
Sicuramente "i signori della terra" riusciranno ad escogiatre un sistema per far si che tutto si sistemi e farne le spese saranno le persone comuni come al solito;
io spero che la gente capisca che mai come adesso dovremmo stare tutti uniti e compatti; perchè un'unica soluzione per il benessere del popolo può venire dal popolo stesso attraverso la lotta e la partecipazione attiva ad una politica che possa essere nel vero interesse della collettività ...
marx
 
9月7日

Francia, una favola moderna, l'eredità ai lavoratori


Se non ci fosse quella lettera, serissima e firmata da un notaio, che 350 dipendenti della «Karting», fabbrica del pret-à-porter di Echirolles nella banlieue di Grenoble, hanno gioiosamente trovato ieri mattina in cassetta, verrebbe da dire che è solo una fiaba. Quando l’industria era (anche) affare di padroni attivissimi e sentimentali, dalla grinta dura e dal cuore tenerissimo e «il socialista» De Amicis faceva da ottimistico contraltare alle imprenditoriali turpitudini così efficacemente descritte da Dickens e da Marx. Ebbene no, è proprio vero, questi utopisti del cuore esistono ancora.
André Faller era il proprietario dell’azienda che negli anni ’70 inventò il pantalone in jersey «estensibile», arnese indispensabile per tutte le fatalone dell’epoca, a cui faceva da sublimissima ambasciatrice pubblicitaria Brigitte Bardot. E’ morto nel luglio scorso, a 96 anni, senza eredi; ha lasciato una gran parte della sua fortuna agli operai perchè «senza di loro, senza il loro lavoro e la loro fedeltà nulla sarebbe stato possibile». Non solo una cifra simbolica, il che già basterebbe a innescare palpiti ammirativi; anzi, tra i 5 e i 10mila euro ciascuno, secondo una pingue graduazione affettiva. Quanto basta per non creare degli effimeri nababbi, certo, ma per mettete qualche puntello domestico al periclitante potere di acquisto senz’altro.
L'articolo completo http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200809articoli/36268girata.asp


I lavoratori più anziani dell'azienda potranno esser soddisfatti,un lascito inaspettato,una rarità nel panorama del rapporto di lavoro,peccato per i più giovani,personalmente avrei soddisfatto tutti in base agli anni di lavoro maturati,ma non si può chiedere tutto,evidentemente.
Una testimonianza affascinante di imprenditorialità,un mix tra capitalismo e riconoscenza dal sapore socialista,difficilissimo che abbia proseliti in quei settori,anzi con la precarietà selvaggia nelle nostre latitudini è praticamente impossibile.

8月31日

Legami Farc-Prc

Che rifondazione comunista abbia avuto rapporti  con l'organizzazione dei guerriglieri colombiani (FARC) penso sia cosa nota a tutti o perlomeno si poteva immaginarlo . Di certo questa cosa viene resa nota solo adesso e viene sfruttata dalla nostra stampa politica per gettare ancora un pò di letame su rifondazione .
Le FARC vengono ingiustamente considerate un'organizzazione terroristica sia dall'ONU che dal UE. 
La loro legittima e necessaria lotta risiede non solo nel diritto universale alla ribellione, quando a governare un popolo è un regime oppressore, ma anche nel quasi mezzo secolo di resistenza eroica e nell’assenza totale di una reale agibilità politica per fare opposizione in modo legale, come l’ennesimo e recentissimo assassinio di un sindacalista colombiano per mano degli apparati statali, Guillermo Rivera Fúquene, dimostra.
Gli appelli fatti da i vari esponenti europei per la liberazione dei numerosi ostaggi che sono nelle loro mani ,sono senzaltro giuste e legittime ma deve essere accettato anche il fatto che le FARC possano fare opposizione in modo legale e non essere emarginati ,anche perchè sono il 30% della popolazione colombiana e non 4 gatti ,questa la ritengo la soluzione migliore e che può salvaguardare parecchie vite umane da entrambe le parti .

 

 

 

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La cacciata

 - Secondo Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista "il governo vuole riformare la legge elettorale europea per buttarci fuori anche dal Parlamento di Strasburgo e per togliere le preferenze". Lo ha detto stamattina a margine di una manifestazione contro l'esecutivo che si è svolta davanti a Montecitorio.

Ferrero ha spiegato che "i problemi sono due: lo sbarramento e l'abolizione delle preferenze". "Alzare la soglia di sbarramento significherebbe togliere molti partiti dal Parlamento Europeo e mi pare che le riforme alle leggi elettorali in questi anni siano state sempre fatte in nome della governabilità. Nel parlamento europeo - ha fatto notare Ferrero - questo problema non c'è, e non credo che i problemi dell'Italia siano impedire o meno l'ingresso di uno o due partiti nel parlamento europeo".

Sull'abolizione delle preferenze, poi, Ferrero si è detto contrarissimo: "farlo significherebbe che due persone nominano tutti quelli che siedono nel Parlamento europeo e vorrebbe dire che non siamo più in democrazia". Dello stesso avviso anche il segretario dei Socialisti Riccardo Nencini, anche lui presente alla manifestazione in piazza.

 

8月15日

Berlusconi e la legge

 

working Class Hero

  Working Class Hero

John Lennon




As soon as you're born they make you feel small
By giving you no time instead of it all
Till the pain is so big you feel nothing at all
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

They hurt you at home and they hit you at school
They hate you if your clever and they despise a fool
Till you're so fucking crazy you can follow their rules
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

When they've tortured and scared you for 20 odd years
Then they expect you to pick a career
When you can't really function you're so full of fear
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

Keep you doped with religion and sex and TV
And you think you're so clever and classless and free
But you're still fucking peasants as far as I can see
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

There's room at the top they are telling you still
But first you must learn how to smile as you kill
If you want to be like the folks on the hill

A working class hero is something to be
If you want to be a hero just follow me
If you want to be a hero well just follow me



Eroe Della Classe Operaia

Appena nato ti fanno sentire piccolo
Non dandoti tempo anziché dartene molto
Finché il dolore è così grande che non senti più nulla
Bisogna essere un eroe della classe operaia
Bisogna essere un eroe della classe operaia

Ti feriscono a casa e ti danno botte a scuola
Ti odiano se sei intelligente e disprezzano gli stupidi
Finché non sei così fottutamente pazzo che riesci a seguire le loro regole
Bisogna essere un eroe della classe operaia
Bisogna essere un eroe della classe operaia

Dopo averti torturato e terrorizzato per più di vent'anni
Si aspettano che tu intraprenda una carriera
Quando non puoi veramente funzionare sei così pieno di paura
Bisogna essere un eroe della classe operaia
Bisogna essere un eroe della classe operaia

Ti tengono narcotizzato con religione e sesso e TV
E tu pensi di essere così intelligente e di non appartenere a nessuna classe e libero
Ma sei ancora fottutamente zoticone per quanto posso vedere
Bisogna essere un eroe della classe operaia
Bisogna essere un eroe della classe operaia

C'è un posto in cima ti dicono ancora
Ma prima devi imparare come sorridere mentre uccidi
Se vuoi essere come la gente sulle colline

Bisogna essere un eroe della classe operaia
Se vuoi essere un eroe seguimi
Se vuoi essere un eroe, beh seguimi
8月4日

L'esercito nelle città

Ho sempre guardato con sospetto la dietrologia e l’ho sempre considerata  una poco utile degenerazione del meccanismo di inferenza. L’esperienza mi aiuta a contenere l’indignazione per quello che sta succedendo attualmente nel nostro paese ,  però certe cose continuano a suscitare in me sospetti perché non le capisco e siccome non sono abituato a non capire, mi indigno.
 Vorrei che qualcuno mi spiegasse quale utilità  possa esserci nel disporre l’esercito nelle strade. E’ vero, ci sono stati precedenti tristemente noti come il rapimento Moro e l’operazione Vespri Siciliani.  In quei casi Contrapporre l’esercito ad un attacco militare eversivo o mafioso fu una mossa comprensibile.
Anche altre nazioni di illustrissima  tradizione democratica  sono arrivate all’utilizzo dell’esercito per presidiare le strade delle proprie città. Lo ha fatto la Gran Bretagna quando ha dispiegato le truppe nell’Irlanda del Nord trasformando Belfast in una piazzaforte presidiata. Anche in quel caso, l’IRA,  una forza militare eversiva, minacciava l’autorità nazionale e la risposta, se non giustificata, è apparsa almeno adeguata.
Ma oggi quale sarebbe la forza militare eversiva che sta portando un attacco militare alle istituzioni repubblicane? L’attuale ministro della difesa, Ignazio la Russa, afferma che “L’obiettivo è quello di tutelare meglio la sicurezza dei cittadini, passando dal poliziotto di quartiere di giorno ad una pattuglia mista nelle ore prevalentemente serali” .
Quindi niente forze militari eversive. Niente terrorismo, niente criminalità organizzata. Eppure un nemico deve esserci. L’Esercito non è in grado,per mancanza di strutture organizzative di svolgere indagini su crimini e delitti. L’Esercito è armato con dispositivi idonei al combattimento, non alla tutela dell’ordine pubblico. La cosa che poi mi allarma di più è il fatto che verranno utilizzati militari reduci da “operazioni di pace” ,e viste le modalità piuttosto cruente con le quali queste operazioni vengono condotte la cosa mi mette ancora più in allarme…
Allora chi sono questi nemici? I Rom? Gli immigrati clandestini? Le Ludmille e le Irine che fanno i mestieri e badano ai vecchi? Non capisco.
Non mi risulta che francesi, tedeschi, belgi e tutti i nostri connazionali europei con problemi identici, se non superiori, di immigrazione e clandestinità abbiano spiegato l’esercito sul territorio per mantenere l’ordine pubblico.
Sono sicuro che l’esercito non servirà a prevenire fatti come quelli della clinica Santa Rita e che non darà il minimo fastidio a o’ sistema a meno di non scatenare una vera e propria battaglia nelle strade  in  stile Beirut.
E allora? A che serve? Non capisco. E’ forse una mossa populista? Quello stesso populismo che usavano i fascisti ai loro esordi quando manganellavano gli operai scioperanti (i senegalesi del post prima guerra mondiale)? Se è così, mi indigno.
Sono certo che molti di quelli che leggeranno, al pensiero di vedere pattuglie armate agli angoli delle strade, proveranno un sottile senso di piacere. Io no!!!; forse sarà un problema mio,  io provo un forte senso di inquietudine quando la potenza delle armi viene manifestata in maniera così chiara. Probabilmente ne sto facendo una questione personale e una dolorosa consapevolezza che quando il senso civico di una nazione viene sostituito dai fucili, non esiste sicurezza, ma solo ed esclusivamente controllo.
La nostra nazione non ha più una legge elettorale democratica. Il nemico è sempre lo straniero. L’opposizione(che opposizione non è) in parlamento è muta o si copre di ridicolo. La stampa e la televisione sono gestite direttamente o indirettamente dall’oligarchia (di destra o di sinistra è uguale) che le controlla, visto che a porsi certi dubbi siamo rimasti solo noi in rete.
Io questo lo chiamo fascismo perché l’esperienza mi ha portato ad odiare i giri di parole. Se per voi è sicurezza, va bene. Per me rimane fascismo.
soldato
8月3日

Che vacche le vacche padane!!!!

Tra latte, stalle, mucche e banche…tutto rigorosamente Made in Padania
di Rosanna Sapori - 29 luglio 2008

Chissà per quanto tempo ancora dovremo sentir parlare di quote latte, di allevatori in rivolta e di Roma ladrona?
Si tratta di una vicenda politica amministrativa ben nota alle cronache, soprattutto perché resa visibile dalle clamorose iniziative di lotta intraprese dagli allevatori del Nord Italia. Come non ricordare i presidi, i blocchi delle autostrade, i pestaggi con le forze dell’ordine e soprattutto gli schizzoni di letame che invadevano le nostre strade?

Ora che Ministro dell’agricoltura è diventato un politico padano, un veneto doc, uno di quei “duri e puri” mandato in quel di Roma soprattutto – così ha dichiarato Bossi recentemente -  per risolvere l’annoso caso delle quote latte, come mai gli allevatori sono ancora così arrabbiati e  minacciano forconi e pedate?
“Luca Zaia deve risolvere i nostri problemi, deve tirarci fuori da questo pantano della Comunità Europea che ci impedisce di produrre e vendere il nostro latte, a Roma è stato messo per questo!”

E perdinci cosa dovrebbe fare questo giovanotto dalle belle speranze?
Deve leggersi le carte, deve valutare e poi casomai deve decidere il da farsi. Conoscendo il tipo non credo che prenderà decisioni avventate, è fermo ad un bivio e a mo parere ha tre possibilità:
Prende tempo e tergiversa (abbastanza pericoloso con gente che maneggia i forconi come fossero forchette)
Si dimette e si rifugia per la vergogna in un alpeggio in Valtellina.

Mette nero su bianco e tira fuori i nomi di quelli che la Comunità Europea l’hanno truffata alla grande usando per di più una Banca amica, una Banca tutta padana che oggi più che mai sembra sia servita proprio per operazioni che chiamare “lecite” è un eufemismo.
Sulla dolorosa vicenda degli allevatori e produttori di latte non si discute, sono stati costretti a subire limiti moralmente non comprensibili nella produzione del latte. La Comunità Europea ha imposto dei criteri molto ristretti che hanno comportato una severa penalizzazione dei produttori nazionali. Il contenzioso giudiziario che ne è scaturito a seguito dello “splafonamento” ha prodotto multe che si aggirano in centinaia di milioni di euro. Le multe non sono a carico solo degli allevatori ma saranno pagate da tutti i cittadini italiani costretti a sobbarcarsi il pagamento delle sanzioni comunitarie che si sono abbattute – e continuano ad abbattersi – inevitabilmente sul nostro  Paese.

Ma che c’entra in tutto questo il neo Ministro dell’Agricoltura Luca Zaia? Che razza di “latte bollente” si trova tra le mani?
Da un’indagine svolta dalla Procura di Saluzzo (Cuneo) - che ha scaturito una richiesta di rinvio a giudizio per un numero imprecisato di allevatori della Padania - l’accusa è pesante come una balla di fieno: Reato di truffa aggravata ai danni dello Stato. Secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura i responsabili di alcune cooperative di latte, si sarebbero resi responsabili nella mancata riscossione delle cosiddette “quote latte” imposte dalla Comunità Europea.

Le Cooperative, una sorta di scatole cinesi dallo stesso nome, Savoia Uno, Due, Tre, Quattro, Cinque e Sei, con un meccanismo di “compensazione”  fatto di anticipi e prelievi, riuscivano ad incassare l’intero ammontare del prezzo del latte prodotto bypassando totalmente i controlli imposti dall’Europa.  Ma chi figura tra i titolari di queste cooperative? Un volto noto della politica padana, quel Giovanni Robusti ex parlamentare della Lega Nord, rappresentante dei produttori lattieri ed ora di nuovo parlamentare europeo grazie alla rinuncia di Bossi che ha optato per il più italiano Ministero delle Riforme. Ma non finisce qui, oltre a Robusti anche un altro allevatore padano  e attuale parlamentare leghista è tra gli inquisiti. Da qui forse nasce l’imbarazzo del Ministro Zaia nell’affrontare il problema allevatori padani?

Imbarazzo aggravato dal fatto che per far girare meglio la ruota delle compensazioni gli allevatori si sono serviti di una banca. Non una banca qualsiasi ma una vera e propria banca padana. Quella Credieuronord che è balzata alla ribalta delle cronache per essersi guadagnata un insolito record: nascere e morire nel giro di tre anni o poco più lasciando a bocca asciutta e tasche vuote circa 3000 piccoli azionisti tutti rigorosamente padani doc. Insomma una patacca nordista con tutte le regole e i crismi del tanto vituperato “pacco napoletano”.

Come fare quindi a risolvere i problemi degli allevatori padani se questi hanno pure sul groppo rinvii a giudizio con accuse così pesanti? Come fare a far finta di niente sapendo che una Banca che vedeva nel suo Cda “la meglio nomenclatura leghista”  ha consapevolmente e volutamente omesso di segnalare operazioni per diverse centinaia di migliaia di euro che aggiravano le leggi comunitarie?
A Zaia, ragazzo per bene dal futuro radioso, mi sento di dare un consiglio:
Prenda tempo, vada in un alpeggio in Valtellina per un periodo di riflessione e al suo ritorno dica chiaramente che certe cose in Padania non s’hanno più da fare!
E perdinci, che vacche le vacche padane!

vacca

7月31日

Il libro verde di Sacconi "chi non lavora non osi mangiare"

Credo che le critiche dell’opposizione e del sindacato al cosiddetto decreto anti-precari siano sicuramente giuste. Tuttavia riteniamo pure che si tenda a scambiare l’albero con l’intera foresta. E quale sarebbe la foresta? Presto detto: il Libro Verde di Sacconi, Ministro del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali.

A dire il vero l’opposizione di centrosinistra si è scagliata contro l’ipotesi di innalzamento dell’età pensionale ventilata nel documento. Il che non è sufficiente. Qui è lo spirito del Libro Verde (http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/PrimoPiano/20080725_Libroverde.htm) che non può essere assolutamente condiviso. E per almeno due ragioni.

In primo luogo, escluse le cosiddette fasce deboli (in particolare gli anziani oltre i sessantacinque anni ) si collega la fruizione delle prestazioni al possesso e alla ricerca attiva di un lavoro ( welfare to work). “Ciò comporta" si legge, "una riflessione critica sul reddito minimo garantito alle persone in età di lavoro mentre forme di sussidio potrebbero riconoscersi a coloro il cui stato di bisogno o la cui età è tale da non consentire che il lavoro sia la doverosa risposta alla indigenza” (p. 13).

O meglio, "la concessione di tutele e benefici deve essere condizionata piuttosto, ovviamente là dove possibile, alla partecipazione attiva nella società, nell’ottica virtuosa del binomio opportunità - responsabilità, e deve essere indirizzata anche verso coloro che, con comportamenti attivi e stili di vita responsabili, possono e vogliono operare come moltiplicatori di risorse e ricchezza e comunque prevenire lo stato di bisogno" (p. 14): pochi giri di parole, chi non lavora non osi mangiare! Il che significa che viene meno il concetto di welfare come diritto sociale di cui godono tutti i cittadini, a prescindere dal fatto che lavorino o meno.

In secondo luogo, si apre ai privati. E con il solo scopo, dopo la previdenza, di introdurre anche una sanità basata su assicurazioni private, integrative o totali, di cui però andrebbero a fruire solo i soggetti in possesso di un lavoro e dunque in grado di stipulare una polizza assicurativa. Ecco a riguardo un altro passo molto significativo: ”Lo sviluppo del pilastro privato complementare è un passaggio essenziale per la riqualificazione della spesa e la modernizzazione del nostro Welfare. L’eccessiva intermediazione dello Stato nella predisposizione dei redditi per la quiescenza impedisce lo sviluppo di istituti redistributivo - assistenziali per i quali quella intermediazione è essenziale. Questi istituti non possono prescindere dalla fiscalità generale, sia che questa vada a finanziamento di produzione diretta di beni e servizi sia che essa finanzi deduzioni/detrazioni o voucher a sostegno di scelte dei cittadini, individuali o associate. Lo sviluppo dei fondi su base contrattuale, delle forme di mutualità, delle assicurazioni individuali o collettive può essere la risposta alle limitate risorse pubbliche e alla domanda di accesso a maggiori servizi” (p. 20). Pertanto “occorre dare, dunque, maggiore impulso allo sviluppo della previdenza complementare nonché ai fondi sanitari integrativi del servizio pubblico al fine di orientare e convogliare la spesa privata verso una modalità di raccolta dei finanziamenti” (p. 21)”

E’ ovvio che in un quadro del genere poi si cerchi di favorire l’innalzamento dell’età pensionabile. Ma si tratta della punta dell’iceberg. O se si preferisce del punto di arrivo di una “filosofia” sociale basata sul "chi non lavora, a meno che decrepito, non osi mangiare". Una "filosofia" lavorista che va combattuta perché superficiale e dettata soltanto da utilitaristiche e produttivistiche ragioni di mercato. E che quindi riduce il lavoratore a un puro e semplice Homo oeconomicus, condannato al lavoro (forzato) a vita.

Quel che è più irritante (e derisorio per chiunque abbia un minimo di intelligenza) è il richamo di Sacconi a un Welfare che, una volta riformato, conserverebbe “un carattere universale” ma coniugando “la caratteristica della universalità con quella della personalizzazione e anche della selezione dell’intervento” (p. 15) ...

Ma come si può parlare di “Welfare universale”, e dunque a prescindere, se poi lo si collega al possesso di un posto di lavoro? O quel che è peggio di una salute decrepita a causa dell' età e magari a seguito di un lavoro usurante?
7月28日

La competitività non dipende dal costo del lavoro

 

I salari italiani sono più bassi che negli altri paesi avanzati, che però guadagnano lo stesso quote di mercato. D'altra parte i livelli di Cina o India sono irraggiungibili. Sarebbe ora di affrontare il problema nei suoi termini reali

Marco Panara

Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l' ora in Svezia fino a 0,49
euro l' ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un' ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un' ora di lavoro negli altri paesi.

Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto.  Per un' ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende
in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l' 8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea.

 

__________________________________________________________________________

COSTO ORARIO DEL LAVORO

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Paese                                   

Euro all'ora                    

Indice (Italia = 100)

Svezia

28,69

159,12

Germania

27,14

150,53

Giappone

25,42

140,99

Stati Uniti

24,29

134,72

Francia

20,88

115,81

Belgio

19,71

109,32

Italia

18,03

100,00

Spagna

16,72

92,73

Corea

16,39

90,90

Portogallo

6,01

33,33

Turchia

5,23

29,01

Repubblica Ceca

4,54

25,18

Ungheria

4,33

24,02

Argentina

4,12

22,85

Brasile

3,43

19,02

Messico

2,97

16,47

Polonia

2,55

14,14

Sud Africa

2,25

12,48

Marocco

2,10

11,65

Cina

1,98

10,98

Romania

1,74

9,65

Tunisia

1,52

8,43

India

0,49

2,72

 

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Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all' Italia un' ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po' meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India. Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.

Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà  per fortuna  le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull' Italia e sui suoi destini. 

La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale.  Il fatto che l' Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero.


Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell' impegno sono stati spesi male: l'abisso che ci separa non solo dall' India e dalla Cina, ma anche
dalla Repubblica Ceca e dall' Ungheria è tale che  a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese  è impensabile e non auspicabile colmare.

Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell' Italia non dipende dal
fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell' Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e
ottimisti sul nostro futuro.

Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato
sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell' 1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione.

In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l' organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell' Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto. Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell' Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell' economia mondiale, quello
su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro.

Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall' altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro. E' una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure  come è accaduto negli ultimi anni  limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.

Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell' agonia.

Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all' aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l'organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l' effetto sulla  modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani. Vuol dire capire che i problemi dell'Italia di oggi non sono quelli di vent' anni fa e che gli strumenti di vent' anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

 

Questo articolo è stato pubblicato su Affari & Finanza de La Repubblica